domenica 14 marzo 2010

First look at Oscar 2010: chi vincerà come migliore attrice?


Sipario calato sugli Oscar 2009. A giochi fatti, i pronostici della vigilia sono stati ampiamente rispettati, tra conferme e (cocenti) delusioni. Per fortuna non è mai troppo presto per voltare pagina ed iniziare a dare uno sguardo alle possibili contendenti alla statuetta di migliore attrice per il prossimo anno.

Al Sundance sono state viste alcune performance su cui c'è già oscar buzz (non dimentichiamo che le voci di una probabile candidatura per Carey Mulligan e Gabby Sidibe partirono proprio dal Sundance): sto parlando naturalmente di Annette Bening e Julianne Moore, lesbo-mamme in The Kids are all rigt. Il film è una commedia (o un dramedy, come è stato definito) e la Focus Features ha pianificato un'uscita estiva, elementi che giocano a sfavore in vista di una campagna per gli Oscar. Ma le due attrici sono entrambe eccellenti, non hanno mai vinto e pare che si dividano perfettamente la scena. In che modo la Focus deciderà di promuoverle per gli Oscar? Bening e Moore saranno sostenute entrambe come attrici protagoniste alla Thelma & Louise o, per evitare la concorrenza interna e la divisione dei voti, una delle due sarà pubblicizzata come non protagonista?


Annette Bening ha un altro film importante in uscita il 7 maggio, Mother and Child, di Rodrigo Garcia. Anche se l'accoglienza sia a Toronto che al Sundance è stata piuttosto fredda, i critici hanno elogiato il terzetto di interpreti: Bening, Watts e Samuel L. Jackson. La Bening potrebbe essere candidata come protagonista (di conseguenza sarebbe lei a slittare nella categoria supporting per The Kids) e Naomi Watts come non protagonista (e sarebbe la sua seconda nomination dopo quella per 21 Grammi nel 2003 e l'incredibile snub per Mulholland Drive). Anche in questo caso, l'uscita primaverile potrebbe giocare a sfavore: i membri dell'Academy hanno la memoria corta...


Le altre due performance che hanno sollevato applausi scroscianti e voci di nominations al Sundance sono quelle di Jennifer Lawrence (già vista in The Burning Plain) per Winter's Bone e Michelle Williams per Blue Valentine. Soprattutto per la Lawrence si parla di uno star-making turn impossibile da ignorare. La strategia distributiva sarà ad ogni modo determinante.


Un paio di altri titoli in uscita non prima dell'auGrassettotunno hanno superato i primi screen text facendo già parlare di candidature all'Oscar per le sue interpreti. Hilary Swank (l'attrice più sopravvalutata della storia) potrebbe tornare vendicativa dopo il fiasco clamoroso di Amelia e strappare una terza nomination per Betty Anne Waters, storia di una working mother che comincia a studiare legge per poter difendere il fratello ingiustamente accusato di omicidio. Sarebbe un incubo: la Swank che vince il suo terzo Oscar è mille volte peggio della Bullock che ne vince uno. L'altro film già passato attraverso i temibili screen text è Love and Other Drugs di Edward Zwick con Anne Hathaway e Jake Gyllenhaal. A due anni di distanza da Rachel Getting Married il film potrebbe segnare il ritorno agli Oscar per la Hathaway nel ruolo di una donna colpita dal morbo di Parkinson.


Dopo una sfortunatissima sequenza di titoli rivelatisi sonori flop (la sua ultima interpretazione davvero bella risale al 2007 con Il matrimonio di mia sorella) Nicole Kidman dovrebbe tornare a risplendere nelle mani di James Cameron Mitchell (Shortbus, Hedwig) come protagonista dell'atteso Rabbit Hole. In coppia con Aaron Eckart, Kidman promette scintille. Altro film d'autore di cui si fa già un gran parlare è Black Swan dell'acclamato Darren Aronofski: Nathalie Portman (e chissà, magari anche Winona Ryder come non protagonista) potrebbe essere una probabile contendente alla statuetta di migliore attrice se il film dovesse confermare le attese.


Qualcuno sostiene che Carey Mulligan potrebbe già avere delle buone chance con Never Let Me Go, uno dei suoi film in uscita quest'anno. Ma mi sembra troppo presto, a meno che la performance non si riveli davvero eccellente. Molto più agguerrita è Helen Mirren con quattro titoli in uscita: The Debt di John Madden, The Tempest di Julie Taymor (rielaborazione de La Tempesta di Shakespeare in cui è un'ipnotica Prospera), Love Ranch diretto dal marito Taylor Hackford e Brighton Rock (con la Mulligan). C'è di che pentirsi per averla nominata nel 2009 per The Last Station. Le probabilità che torni in gara anche il prossimo anno sono molto altissime.

E ancora Tilda Swinton per Io sono l'amore e We Need To Talk About Kevin (se dovesse essere pronto in tempo), Keira Knigthley per London Boulevard, Diane Lane per Secretariat, Robin Wright Penn per The Conspirator, Naomi Watts per Fair Game o You Will Meet a Tall Dark Stranger (nuovo film di Woody Allen), Renee Zellweger per My Own Love Song, Marisa Tomei per Cyrus.

Tra le non protagoniste Marion Cotillard per l'attesissimo Inception di Christopher Nolan e Amy Adams per The Fighter sembrano avere già la strada spianata. Ma aspettiamoci una stagione ricca di sorprese, una su tutte Juliette Lewis, che potrebbe tornare alla ribalta con tre film in uscita.

E Meryl Streep? The Ice at the Bottom of the World con Charlize Theron è indicato come in production su imdb, ma potrebbe non essere pronto per la fine dell'anno. Una corsa per gli Oscar senza la Streep? Che noia.

giovedì 11 marzo 2010

Oscar 2009: Bullock, Bigelow e le contraddizioni dell'Academy


- Non so se l'avete letto da qualche parte, ma la vittoria di Sandra Bullock come migliore attrice dell'anno è stata perfettamente controbilanciata dal Razzie Award vinto come peggior attrice per All About Steve. Ironico vero? Tutto questo non mi fa stare di certo meglio. Anzi, conferma l'assoluta miopia di Hollywood: le scelte dell'Academy sono sempre condizionate dal lavoro degli uffici stampa, dal presenzialismo mediatico, dal successo economico dei film, dalla vendibilità delle star. In altre parole da fattori che non hanno niente a che fare con l'arte.

- Di conseguenza, quanto detto da Mo'nique nel suo discorso di ringraziamento ("thank you the Academy for showing that it can be about the performance and not the politics") ha certamente senso se applicato alla sua vittoria come attrice non protagonista per Precious (Nathaniel Rogers su thefilmexperience.net la considera una delle più grandi performance della storia come attrice non protagonista: distributori italiani, acquistate questo film!) ma davvero non regge se applicato al caso-Bullock. Vittorie di questo tipo sono in evidente contraddizione. Che l'Academy abbia qualche problema di dissociazione? Consiglierei una seduta psicanalitica.

- L'Oscar per il miglior film a The Hurt Locker e quello per la miglior regia a Kathryn Bigelow hanno reso tutti felici e contenti. In fondo anche me. Era ora che una donna vincesse come miglior regista. A patto che si ammetta che sia stata una scelta politica non dettata dal valore del film. Che è sicuramente un ottimo film di genere, ma non certo paragonibile ad Avatar o Bastardi senza gloria. L'Academy vota come gira il vento. E quest'anno il vento ha soffiato dalla parte delle donne (ma attenzione: per un film maschio e muscolare. Hanno praticamente preferito ignorare Bright Star di Jane Campion...). Ora l'industria del cinema si sentirà sufficientemente democratica e il versante rosa di Hollywood sufficientemente valorizzato e rappresentato. Speriamo solo che non debbano passare altri 82 anni prima che il vento torni a soffiare da queste parti. E per "queste parti" intendo la fetta di mondo abitata dal soggetto uomo non necessariamente maschio - bianco - eterosessuale.

Le Mine Vaganti di Ozpeteck


Dopo il cupissimo passo falso di Un giorno perfetto, Ferzan Ozpeteck si lascia contagiare da atmosfere più leggere e solari e stempera il suo gusto melo' nella commedia. Il risultato? Piacevole ma irrisolto. La comicità funziona ma non va oltre il macchiettismo e il melodramma, affidato ad interpreti volenterosi ma inadeguati (Preziosi, Scamarcio, Grimaudo), non vola alto come ne Le fate ignoranti o La finestra di fronte. Inoltre melo' e commedia si amalgamano a fatica. Pur tornando a lavorare su temi a lui cari (il senso di famiglia, che sia degli affetti o di sangue; l'omosessualità; il destino individuale) e virando più di quanto abbia mai fatto in passato verso la commedia corale all'italiana, Ferzan sembra aver smarrito la freschezza e la sincerità degli esordi. Un'aridità che, a parte qualche bel personaggio, era ravvisabile già in Saturno Contro. Insomma, queste Mine Vaganti non esplodono.
Voto: 6
La mia recensione è su Loudvision al link:
http://www.loudvision.it/cinema-film-mine-vaganti--963.html
E qui trovate l'intervista in occasione della conferenza stampa a Roma:
http://www.loudvision.it/cinema-interviste-mine-vaganti---155.html

mercoledì 10 marzo 2010

Oscar 2009, Meryl e Kate


Oscar 2009, Jeff & Michelle



Dopo 16 anni (l'ultima volta risaliva al 1993, anno in cui era candidata per Love Field - Due sconosciuti un destino) Michelle Pfeiffer è tornata sul palco degli Academy Awards per presentare il discorso-omaggio a Jeff Bridges, suo grande amico e co-star ne I favolosi Baker. Susie Diamond e Jack Baker di nuovo insieme dopo 20 anni! Qualcuno prima o poi dovrebbe far riunire sullo schermo questa coppia meravigliosa...

martedì 9 marzo 2010

Oscar 2009, Julianne Moore e Michelle Pfeiffer...


... insieme nella stessa inquadratura! Una visione mistica, un'esperienza religiosa. Vinceranno mai? If Sandra can...

Primavera a 60 anni


La Meryl Streep-Renaissance, florida stagione di leggerezza e comicità iniziata nel 2006 con Il diavolo veste Prada (ma si potrebbe rintracciare l'inizio di questa primavera già ne Il ladro di orchidee - Adaptation del 2002), continua senza cenni di appannamento con E' complicato, scintillante sophisticated comedy in uscita il 19 marzo. Tra qualche decennio, quando la Streep sarà definitivamente passata alla storia come la più grande attrice di tutti i tempi, questa stagione verrà studiata come il Secondo Rinascimento Comico dell'attrice americana. Per ragioni di sintesi, infatti, si ricorda Il diavolo veste Prada come il film del "passaggio alla commedia" dopo tre decenni di drammi, ma in realtà la Streep aveva già conosciuto (con minore successo) una stagione comica a cavallo fra gli anni '80 e i '90, con film come She Devil e La morte ti fa bella.

Solo adesso, però, l'attrice sembra fare sul serio. Cioè, sembra divertirsi sul serio. Sarà la maturità raggiunta e la gioia dei suoi 60 anni, ma Meryl Streep non è mai stata così bella, sexy e frizzante come in quest'ultimo periodo. E' un piacere guardarla e la sua performance in E' complicato è un'altra imperdibile occasione per vederla all'opera in pieno funny-silly-sexy mood. Tornerò sul film di Nancy Meyers a ridosso dell'uscita nelle sale. Quello che mi preme sottolineare è che si tratta di una performance dello stesso (altissimo) livello di Julie & Julia. Meryl avrebbe potuto essere candidata indifferentemente per l'uno o per l'altro film. E' stupenda in entrambi. In E' complicato è addirittura protagonista assoluta, mentre nel film di Nora Ephron divideva la scena con Amy Adams. La nomination è arrivata per il ruolo di Julia Child perché l'Academy adora premiare il fattore biopic about real people e Meryl è imbattibile quando trasforma voce e corpo per diventare un'altra persona. Ma, se vogliamo, in E' complicato ha modo di sfruttare un range emotivo addirittura più ampio e sfaccettato.

Ok, taglio corto, ma avete già capito dove voglio arrivare. Non è complicato. E' semplicemente assurdo che sia stata di nuovo sconfitta agli Oscar. E resterò di questa idea fino a quando non vedrò Sandra Bullock in The Blind Side.

Percy Jackson, (divertente) pasticcio trash-mitologico


New York, XXI secolo. Il cielo tempestoso che si addensa sull'Empire State Building annuncia lo scoppio di un'imminente guerra tra divinità (!). Il giovane Percy Jackson, un ragazzo apparentemente normale con qualche problema a scuola ed un temperamento ribelle, scopre di essere un semidio (!!) nato dall'unione di Poseidone, dio del mare (che non ha mai conosciuto), con una donna mortale (una spaesatissima Catherine Keener), e viene messo in salvo nel campo di addestramento per semidei diretto dal centauro Chirone (!!!). Accusato da Zeus di aver rubato la folgore divina ed inseguito da Ade, Percy intraprende un viaggio per liberare la madre dagli inferi e provare al cospetto di Zeus la sua innocenza.

Diverte Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il ladro di fulmini, primo capitolo della saga letteraria (alla Harry Potter) ideata da Rick Riordan (cinque volumi dal 2005 al 2009). Chissà se vedremo i capitoli successivi, dato che il film di Chris Columbus non sta andando benissimo al box office. In ogni caso, anche se la saga finisse qui, nessuno si strapperà i capelli. Perché Percy Jackson diverte col suo ritmo veloce che trascina subito nell'azione, con i suoi effetti speciali che non danno tregua e con una manciata di trovate divertenti che attualizzano la mitologia, ma: i dialoghi sono raccappriccianti, soprattutto quando il tono si fa serio, enfatico e pesante (e succede troppo spesso, si veda il prologo con Zeus e Poseidone o il penoso patetismo dello scambio finale tra Percy e suo padre), l'umorismo latita (quello brillante, intendo, perché l'umorismo greve e banale abbonda: una storia del genere richiedeva una gran dose di vera ironia per non cadere nel ridicolo!), la valenza metaforica del mito è (quasi sempre) vanificata da uno script superficiale che ignora cosa siano sottigliezza, sfumatura ed ambiguità, e Pierce Brosnan centuaro, metà uomo (capellone e barbuto) e metà cavallo ("con un gran culo" dice di sé senza modestia!) è a dir poco inguardabile (almeno quanto era inascoltabile in Mamma mia!).

Percy Jackson ricorre al mito come un bacino qualsiasi da cui attingere mostri e trucchi un tanto al chilo, senza nessuna voglia ed intenzione di tradurre in qualche modo il loro spessore simbolico. Ma perché dovremmo credere a delle divinità unidimensionali che dominano (ancora) la terra? La loro esistenza è data per scontata (!!!!) e il problema della fusione tra il piano realistico e quello fantasy-mitologico è malamente aggirato, con risultati involontariamente comici.


Sarà per questo che Percy diverte? Come ingenuo pasticcio trash? Probabilmente sì. Ma bisogna ammettere che in questo b-movie fracassone che banalizza il mito come peggio non potrebbe, alcune trovate funzionano: la sequenza al Lotus Casino di Las Vegas, in cui i protagonisti vengono drogati con i fiori di loto e, tra lusso, giochi, divertimenti e "Poker Face" di Lady GaGa nelle orecchie (!!!!!) smarriscono il loro obiettivo, è insinuante; i talari di Hermes sono trasformati in buffe converse alate; la copia del Partenone a Nashville è il nascondiglio dell'idra, terribile mostro dalle nove teste; l'Empire State Building diventa l'ascensore per il Monte Olimpo; Percy uccide Medusa guardando il suo riflesso sul retro traslucido di un cellulare e la porta degli inferi ("discarica di tutte le miserie umane") si trova - indovinate un po' - proprio sotto la scritta Hollywood sulle colline della Città degli Angeli. Non avevamo dubbi.

Confesso, però, di essere andato a vedere questo film solo per un motivo: vedere Uma Thurman nel ruolo della Gorgone Medusa, con il groviglio di serpenti al posto dei capelli e lo sguardo feroce capace di mutare in pietra chiunque lo incroci. Le basta apparire per trasportare il film in un'altra dimensione, ad un altro livello. Mediocre Chris Columbus: come si può sfruttare così poco (e così male) un mito come quello della Gorgone che ci parla del potere dello sguardo, dell'orrore raggelante della realtà e della necessità di guardarla attraverso il suo riflesso su uno specchio, uno scudo, uno schermo? Un'occasione sprecata.

Voto: 5

lunedì 8 marzo 2010

Alice fa sfracelli al box office


Hanno stappato lo champagne questa mattina in casa Disney. Alice in Wonderland ha fatto il botto incassando ben 116 milioni di dollari in America nel suo primo week end di programmazione. Un risultato eccezionale che registra la migliore apertura di tutti i tempi per un film distribuito tra gennaio e marzo e che conferma un futuro per il cinema tutto in 3D (anche se il film di Burton è stato convertito in 3D in post-produzione). Scende Shutter Island: giunto al terzo week end non riesce a toccare quota 100 milioni, ma il successo del film è comunque considerevole. Avatar continua la sua marcia trionfale ed arriva a 720 milioni dollari, mentre Percy Jackson (78 milioni) ed Appuntamento con l'amore (106 milioni) si avviano ad uscire dalla classifica con bottini più che decorosi ma non entusiasmanti. Ancora in classifica anche Crazy Heart: sta per sfiorare i 30 milioni e, per un film costato pochissimo, è un enorme risultato. Con l' Oscar a Jeff Bridges gli incassi dovrebbero continuare a salire.

Anche in Italia Alice in Wonderland registra una partenza da record, con 10 milioni e mezzo di euro di incasso (ma l'uscita era stata anticipata a mercoledì 3 marzo, quindi i giorni di programmazione sono già 5). Shutter Island, l'altra grande uscita del ween end, si piazza al terzo posto, dietro Genitori e Figli, (quasi 6 milioni) e sfiora i 2 milioni. Da segnalare l'ottimo risultato di Invictus, in quarta posizione e già a quota 4 milioni. Crazy Heart non entra nemmeno nella top ten, ma dovrebbe far capolino, almeno nelle zone basse della classifica, la settimana prossima.

Oscar 2009: winners photos!






domenica 7 marzo 2010

Notte delle stelle live blogging


Steve Martin e Alec Baldwin introducono lo show salutando e rivolgendosi direttamente alle star in sala ed infilano qualche battuta ("Chi non ama Sandra Bullock?" "Di certo qualcuno dopo stasera non l'amerà più!"), ma il discorso d'apertura è troppo scritto e non decolla. Ci vorrebbe un comico che improvvisi fuori dalle righe. L'energia di Hugh Jackman l'anno scorso funzionava meglio.

Miglior attore non protagonista: Christoph Waltz
Miglior film d'animazione: Up
Miglior canzone originale: "The Weary Kind" (Crazy Heart)

Robert Downey Jr (buffo con gli occhiali e il papillon azzurro) presenta con Tina Fey il premio per la sceneggiatura originale: The Hurt Locker.
Zoe Saldana e Carey Mulligan sono stupende.
Divertente l'Avatar-parodia di Ben Stiller truccato da indigeno Na'Vi per annunciare il vincitore della categoria miglior make up: Star Trek.

Miglior sceneggiatura non originale: Precious
(Prima sorpresa della serata e prima statuetta per il film di Lee Daniels. Sconfitto il favorito Jason Reitman per Tra le nuvole).
Queen Latifah presenta gli Oscar alla carriera: Roger Corman e Lauren Bacall.

Miglior attrice non protagonista: Mo'Nique. Intenso e commosso il discorso di ringraziamento: "thank you Academy, for making this is more about the performance and not the politics". Non illuderti, Mo'nique: gli Oscar sono sempre about the politics.

Miglior scenografia: Avatar
Migliori costumi: The Young Victoria (terzo Oscar per la costumista Sandy Powell, dopo Shakeapeare in love e The Aviator)

Bellissimo l'omaggio al genere horror: gran lavoro di montaggio. Finora il momento migliore dello show. Ma cosa c'entra con tutto il resto? E perché i presentatori scelti da Adam Shankman (direttore artistico della serata) sono quasi tutti attori(ni) della nuovissima generazione?

Miglior montaggio effetti sonori: The Hurt Locker
Miglior missaggio sonoro: The Hurt Locker
(Battuto Avatar in entrambe le categorie legate al suono. Per Cameron si mette peggio del previsto).
Miglior fotografia: Avatar (l'italianissimo Mario Fiore: "Un saluto all'Italia!)
(Come non detto: Avatar riconquista terreno. Cameron e Bigelow sono 2 a 3).

Demi Moore presenta l'omaggio agli artisti che ci hanno lasciato: James Taylor canta e scorrono le immagini di Patrick Swayze, Jean Simmons, Jennifer Jones, Eric Rohmer, David Carradine, Ron Silver, Brittany Murphy, Roy Disney, Michael Jackson, Natasha Richardson e Karl Malden. Rest In Peace.

Miglior colonna sonora: Up
Miglior montaggio: The Hurt Locker

Tarantino ed Almodovar introducono il miglior film straniero:l'argentino The Secret in Her Eyes. (Incredibilmente snobbati sia Haneke che Audiard. Peccato).

E' il momento del miglior attore. Non credo ai miei occhi ma ci sono Michelle Pfeiffer e Julianne Moore sul palco nello stesso momento! Michelle presenta la candidatura di Jeff Bridges con un bellissimo discorso in cui ricorda I Favolosi Baker : e Jeff trattiene le lacrime. Julianne, con la sua classe inarrivabile, introduce invece il partner Colin Firth. Ci sono anche Vera Farmiga per Clooney, Tim Robbins per Morgan Freeman e Colin Farrell per Jeremy Renner.
Kate Winslet annuncia il miglior attore: standing ovation per Jeff Bridges.

I 5 attori che presentano le candidate alla statuetta come migliore attrice sono Forest Whitaker per Sandra Bullock, Martin Sheen per Helen Mirren, Peter Saarsgard per Carey Mulligan, Oprah Winfrey per Gabourey Sidibe (la chiama Cenerentola americana e Gabby si commuove) e Stanley Tucci è magnifico e sincero nell'omaggiare Meryl Streep: she is simply the best.
Sean Penn consegna l'Oscar come miglior attrice a Sandra Bullock. Bel discorso, anche se avrei preferito maggiore ironia (a parte il riferimento al bacio che lei e la Streep si sono scambiate ai SAG: "Meryl, you are such a good kisser!"): possibile che la commozione faccia sembrare tutti così tristi?

La leggendaria Barbra Streisand introduce l'Oscar per la miglior regia dicendo "the time has come": e l'Oscar va a Katryn Bigelow.
Ed infine l'onore di assegnare l'Oscar per il miglior film spetta a Tom Hanks: vince The Hurt Locker, che porta a casa così ben 6 statuette (film, regia, sceneggiatura originale, montaggio, missaggio sonoro e montaggio effetti sonori).
Buona notte a tutti!

Oscar 2009: red carpet impressions


Maggie Gyllenhaal e Peter Saarsgard sono una splendida coppia.
Sandra Bullock è leccata e strizzata in un vestito glamour da sirena anni '40 e sembra faccia fatica a camminare.
Tom Ford e Jake Gyllenhaal... mmmm (commenti censurati).
Che Helen Mirren sia davvero una regina?
Carey Mulligan bionda e col taglio corto è adorabile.
Sigourney Weaver ha un gusto per la moda piuttosto discutibile.
Vera Farmiga sembra appena uscita dall'appuntamento col chirurgo plastico ma indossa un abito porpora fantastico.
George Clooney parla nell'orecchio di Elisabetta Canalis: forse le dice di sorridere e di non essere nervosa.
Quentin Tarantino è davvero matto da legare.
Ma quanto pesa Gabourey Sidibe? Lei e Mo'nique sono entrambe in blu: avrebbero fatto meglio a sentirsi prima per telefono.
Kirsten Stewart si finge disinvolta davanti ai fotografi ma è più bella e simpatica dal vivo che tra vampiri e licantropi.
Ancora sulla Bullock: non ha dormito ed è stanca. Si vede. E dovrebbe mettere su qualche chilo.
Stanley Tucci è un grande uomo ed un grande attore.
Sarah Jessica Parker è strafatta: bellissimi abito ed acconciatura, ma Matthew Broderick avrebbe dovuto dirle di esagerare meno con le lampade.
Cameron Diaz è nata per fare la star e calpestare il red carpet.
Che Dio benedica Meryl Streep: divina in bianco. Una razza superiore.
Kate Winslet è magnifica, ancora più bella dell'anno scorso. Stessa razza superiore della Streep.

Bigelow vs Cameron: it's Oscar time


Ci siamo! Ancora poche ore e io giochi saranno fatti. The Hurt Locker o Avatar? Sentite anche voi riecheggiare in questa sfida il mito biblico di Davide e Golia? E soprattutto: Bullock o Streep? Stay tuned!

Shutter Island: le ferite creano mostri


Probabilmente al box office italiano Shutter Island perderà il confronto con Alice in Wonderland questo week end, ma in America, uscito il 19 febbraio scorso, veleggia ormai verso i 100 milioni di dollari di incasso (The Departed chiuse a quota 127 milioni): un risultato molto positivo per uno dei film più angoscianti, complessi e sofisticati degli ultimi anni.

La mia recensione la trovate su Loudvision al link: http://www.loudvision.it/cinema-film-shutter-island--944.html. Devo ammettere che, all'indomani della proiezione stampa all'inizio di febbraio, ho assegnato 9 cercando di contenere l'entusiasmo, altrimenti avrei dato 10. L'accoglienza piuttosto fredda della stampa (non solo italiana: rottentomatoes registra solo un 67% di recensioni positive e classifica Shutter Island come uno Scorsese minore) mi ha lasciato perplesso e mi ha persino portato per un istante a dubitare del mio giudizio. Ma state certi che non accadrà mai più. Perché Shutter Island è il miglior Scorsese da Casino ad oggi: abbandonata la vacua grandeur hollywoodiana di The Aviator e Gangs of New York e messo il formalismo di The Departed al servizio di una storia (tratta dal romanzo di Dennis Lehane, autore di Mystic River) tipicamente scorsesiana (senso di colpa e cammino di redenzione: una via crucis privata che intreccia la tragedia del nazismo, quindi la Storia, ad una delle più incisive riflessioni sulle radici del male e sull'origine della violenza viste di recente), Shutter Island ci consegna uno Scorsese che torna a mostrare muscoli, cuore e cervello come solo lui sa fare.

Ieri sera, alla seconda visione del film, ho avuto il mio shining definitivo, la conferma del capolavoro ("cinefilia e visceralità" è il titolo della recensione su Loudvision): Shutter è un'opera magnifica, girata superbamente, scolpita con l'ineguagliabile gusto cinefilo di Scorsese e capace, attraverso un lavoro sopraffino sui meccanismi del thriller (abilmente mescolato al noir gotico e all'horror psicologico d'atmosfera) di restituire una visione della realtà ispessita, densa ed allucinata, che fa impallidire ed al tempo stesso illumina la realtà che ci circonda.

La stessa sensazione di una vita che pulsa dallo schermo più vera, più grande e più densa di quella reale che suscita la visione di Avatar. Ma se James Cameron guarda al futuro del cinema e si affida alle meraviglie della tecnologia per costruire il suo universo immaginifico, Scorsese guarda al passato e alla storia per dare corpo al suo incubo kafkiano e cita Hitchcock, Lang e i maestri del noir con una padronanza di stile che lascia ancora stupefatti (e che lo conferma il massimo regista vivente). Gli effetti speciali (che pure non mancano, nei flashback e nelle allucinazioni del protagonista) sono qui la conoscenza della storia e la capacità di usare tutte le carte che offre il cinema per centrare un bersaglio. Ed andare infallibilmente a segno.

Il risultato è altrettanto bigger than life di Avatar, pur senza 3D. Lo stesso fa Tarantino in Bastardi senza gloria: ma se la bravura di Quentin corre a volte il rischio del compiacimento e della presunzione (talmente esibiti e dichiarati da risultare comunque ironici) o del freddo gioco intellettuale, Martin è sempre fiammeggiante e melodrammatico, torrenziale e stratificato: fa infinito sfoggio di stile ed accumula una sequenza memorabile dopo l'altra, ma non dà mai la sensazione che tanto estetismo sia gratuito. Lo splendore della forma (la fotografia di Robert Richardson è arte pura per come alterna i toni lividi e grigi dell'isola a quelli accesi e pulp delle allucinazioni) non è mai avulso da una densità di contenuti che in Shutter Island tocca una gradazione altissima. E pur nella complessità degli strati narrativi e nel disperato, agghiacciante risvolto finale, Scorsese non perde mai di vista il cinema come forma di intrattenimento. Nel senso più nobile del termine. E in questa partita vertiginosa con le ansie e le aspettative del pubblico, riesce a condurre gli spettatori in un territorio sconvolgente nel quale addentrarsi fa male.


Ma Scorsese è anche sublime direttore d'attori, che siano presenti in ogni inquadratura o si giochino soltanto brevi apparizioni. Leonardo DiCaprio costruisce una performance indomita e senza paura che fa piazza pulita di tutto il suo lavoro precedente e lo conferma il miglior attore della sua generazione. Nel finale è talmente vulnerabile, fragile e disarmante che meriterebbe l'applauso ad ogni proiezione. Tutti gli altri lavorano su più livelli e non sono certo da meno: Mark Ruffalo è bonario ed accogliente (fin troppo, tanto da scivolare presto nell'ambiguità), Ben Kingsley è fintamente luciferino, Michelle Williams pare sanguini davvero in tutte le scene in cui appare (e, dovendo incarnare un sogno-allucinazione-fantasma, ha una delle parti più rischiose, toccanti e disperate), Emily Mortimer e Patricia Clarkson destabilizzano e graffiano, Max Von Sydow e Ted Levine gelano il sangue.


Tutta la sequenza iniziale dell'arrivo a Shutter Island è da manuale: l'apparizione del traghetto che emerge come una nave fantasma dalla nebbia (le nebbie della mente?), il volto dell'agente Teddy Daniels provato dal mal di mare ("Teddy, torna in te!" dice a se stesso guardandosi allo specchio), i primi, accecanti flashback della moglie morta tragicamente, la soggettiva allarmante dell'approdo e dell'ingresso nel manicomio criminale di Ashecliffe, i toni ipnotici ed ossessivi della colonna sonora. Un film assolutamente tempestoso e tentacolare. I momenti cult non si contano, ma almeno le sequenze oniriche e tutto il finale andrebbero studiati nelle università. Shutter Island meriterebbe almeno una seconda visione per poter cogliere al meglio la grandezza, la precisione, la perfezione dell'insieme. Alla prima visione lo scarto narrativo, il progressivo scivolamento dal livello della realtà a quello dell'allucinazione e la confusione dei piani sono così insinuanti e vertiginosi che lo spettatore rischia di perdersi e di non stare più al gioco per evitare di soffrire in termini di partecipazione emotiva. Ma ne vale la pena.


La scena del dialogo tra il protagonista e il direttore del manicomio (e fate attenzione: Ted Levine è il Buffalo Bill de Il Silenzio degli Inncennti) si colloca a metà pellicola e racchiude il nocciolo della questione: "Dio ama la violenza, - dice il direttore -Dio ci ha dato la violenza per osannarlo. E' dentro di noi, è quello che noi siamo. L'unica morale è: la mia violenza può sopraffare la tua?" Se la violenza è un dono di Dio e come tale è parte integrante della natura umana, quando questa violenza può rischiare di esplodere se non in presenza del dolore? "Le ferite creano mostri e lei è un uomo ferito" si sente dire l'agente Teddy Daniels.

Le immagini dei campi di sterminio nazista si fondono con quelle della paziente scomparsa, della moglie morta, di una bambina che chiede aiuto, dei corpi ammassati agli angoli dei lager, dei soldati tedeschi barbaramente giustiziati. La tragedia si compie in un giorno di sole nell'immobile, soffocante scenario di una casa sul lago. Come se tutto si fosse fermato in quel momento. Il dolore e la violenza subita si trasforma in violenza perpetrata. E la mente crea le proprie infinite, labirintiche strategie per andare avanti. Chapeau.

Voto: 10

sabato 6 marzo 2010

5 Spirit Award per Precious


Miglior film, miglior regia a Lee Daniels, migliore attrice a Gabourey Sidibe, miglior attrice non protagonista a Mo'nique e premio come first screenplay. Ha sbaragliato tutti Precious ieri sera agli Spirit Award, gli Oscar del cinema indipendente americano. Il dramma afroamericano (ancora avvolta nell'ignoto l'uscita italiana) continua a mietere consensi e chissà che domenica sera non si porti a casa qualcosa in più rispetto alla già annunciata statuetta per Mo'nique.


Jeff Bridges ha vinto come miglior attore ed ha ritirato il premio dalle mani delle sua co-star Maggie Gyllenhaal. Woody Harrelson è riuscito, per una volta, a battere Christoph Waltz (che non era nemmeno candidato, essendo Bastardi senza gloria una produzione Weinstein) ed ha vinto come non protagonista per The Messanger. Miglior sceneggiatura (500) giorni insieme, miglior opera prima Crazy Heart (peccato per A Single Man) e miglior film straniero An Education (pazzesco che non abbia vinto Un Prophete!)
Due Spirit anche per A Serious Man dei Coen: fotografia e Robert Altman Award.

Julianne Moore is hot!



Non avrà ricevuto la tanto attesa (e meritata) nomination all'Oscar per la sua Charlie di A Single Man, ma Julianne Moore è più hot che mai. Passati i tempi bui di Marie and Bruce, The Forgotten, Laws of attraction - Matrimoni in appello, Next e Trust the Man, la Moore ha riconquistato terreno con Blindness e, soprattutto, Savage Grace nel 2008, per tornare in piena forma nel sorprendente debutto di Tom Ford.

Il NY Times l'ha scelta come cover star del Women's Spring Fashion 2010: negli scatti di Raymond Meier (foto sopra) Julianne recita il "complesso teatro della personalità femminile" e in una breve ma illuminante intervista "svela" di essersi ispirata alla Julie Christie dei primi anni '60 per catturare la voce e la parlata da party-girl di Charley (assolutamente da gustare in lingua originale).


Dopo la partecipazione a due episodi della popolarissima serie televisiva americana 30 Rock nel ruolo di Nancy Donovan, vecchia fiamma del protagonista Alec Baldwin, Julianne dovrebbe tornare in tv per una breve apparizione nella soap opera che la lanciò alla fine degli anni '80, As The World Turns, la cui chiusura è annunciata per settembre e per la quale l'attrice vinse un Daytime Emmy Award nel 1988.

Nel frattempo campeggia dalle copertine dei magazine: in occasione dell'uscita inglese di A Single Man, Bazar UK le dedica un ampio servizio nel numero di febbraio, mentre Vanity Fair Italia, recuperando i magnifici scatti già apparsi su Vogue nel luglio 2009 (foto sotto), pubblica una bella intervista di Paola Jacobbi in attesa dell'uscita di Chloe il 12 marzo.


E non è finita qui. Se non ve ne foste accorti, Julianne è la testimonial della nuova campagna di Bulgari e in qualsiasi parte del mondo vi troviate, vi sarà già capitate di vederla: sui giornali, in vetrina, in metro o alle fermate degli autobus.

Quanto al cinema, l'horror movie Shelter, girato nel 2008, sarà distribuito in Gran Bretagna a partire dall'8 aprile e il trailer lascia ben sperare (di sicuro sarà meglio di The Forgotten). Probabile che in America esca direttamente in dvd, ma per l'Italia non escluderei una distribuzione estiva.


E poi c'è The Kids Are All Right, il film che dovrebbe riportarla alla notte degli Oscar del 2011 come candidata. 7 luglio l'uscita americana, da noi dovremmo aspettare l'autunno.

Tennessee Williams & Anna Magnani



Sono gli ultimi due titoli della retrospettiva sul cinema tratto da Tennessee Williams che ho personalmente curato per il sito Loudvision.it. La Rosa Tatuata valse ad Anna Magnani nel 1955 il primo Oscar mai assegnato ad un'attrice italiana e Pelle di Serpente segnò il ritorno di Marlon Brando alle atmosfere torbide e fosche di Williams dopo Un Tram che si chiama desiderio.
http://www.loudvision.it/cinema-film-la-rosa-tatuata--955.html
http://www.loudvision.it/cinema-film-pelle-di-serpente--958.html

venerdì 5 marzo 2010

Il ritorno di Isabelle Adjani


Come ha fatto a sfuggirmi la notizia della vittoria della divina Isabelle Adjani ai Césars lo scorso 28 febbraio? Migliore attrice per il film La Journée de la Jupe, l'Adjani è apparsa emozionata e sinceramente commossa, ancora bellissima a 54 anni (seppur evidentemente ritoccata, ma chi non lo è al giorno d'oggi?). Nella sua lunghissima, altalenante e tormentata carriera, ha vinto altri quattro César (Possession, One Deadly Summer, Camille Claudel, La regina Margot) ed è stata candidata due volte all'Oscar (Camille Claudel e Adele H). E' nell'empireo delle immense attrici/icone francesi, assieme a Catherine Deneuve, Jeanne Moreau, Isabelle Huppert e Juliette Binoche. Ma si differenzia da tutte loro per l'aura irraggiungibile e un indecifrabile, misterioso carisma che crea un corto circuito incascendente tra attrice e personaggio.


Avesse solo interpretato Adele H di Truffaut, l'Adjani si meriterebbe un posto nella storia del cinema. Dietro il viso di porcellana ed uno sguardo dalle profondità abissali palpita la forza coriacea di una donna e di un'attrice impavida, che arriva quasi a fondersi/confondersi col personaggio in un delirio crescente di follia ed ossessione di impatto travolgente. Un film che è un tragico inno all' amour fou, tra le vette del cinema di Truffaut, da rivedere ed imparare a memoria.

Aspettando gli Oscar (2)


Oscar countdown parte II. Ecco i miei pronostici nelle categorie tecniche. Avatar dovrebbe non vincere i premi maggiori, ma farà incetta di (quasi) tutte le altre statuette possibili ed immaginabili.

Miglior montaggio
Vincerà: The Hurt Locker
Dovrebbe vincere: Avatar
Avrebbe dovuto essere candidato anche: Tra le nuvole, Nemico pubblico

Miglior fotografia
Vincerà: Avatar / The Hurt Locker
Dovrebbe vincere: Il nastro bianco
Avrebbe dovuto essere candidato anche: Nine, A Single Man

Miglior scenografia
Vincerà: Avatar
Dovrebbe vincere: Avatar
Avrebbe dovuto essere candidato anche: Bastardi senza gloria, Chéri, A Single Man

Migliori costumi
Vincerà: The Young Victoria
Dovrebbe vincere: Bright Star
Avrebbe dovuto essere candidato anche: Chéri, Nine

Miglior colonna sonora
Vincerà: Up
Dovrebbe vincere: Up
Avrebbe dovuto essere candidato anche: A Single Man, Nemico Pubblico, Chéri

Miglior canzone
Vincerà: "The Weary Kind" (Crazy Heart)
Dovrebbe vincere: "The Weary Kind"
Avrebbe dovuto essere candidato anche: "Cinema Italiano" (Nine)

Miglior montaggio sonoro
Vincerà: Avatar
Dovrebbe vincere: Avatar

Miglior missaggio effetti sonori
Vincerà: Avatar
Dovrebbe vincere: Avatar

Migliori effetti visivi
Vincerà: Avatar
Dovrebbe vincere: Avatar

Miglior trucco
Vincerà: Star Trek
Dovrebbe vincere: Star Trek
Aspetto i vostri commenti!

Aspettando gli Oscar (1)


Countdown per la notte delle stelle. Lunedì mattina conosceremo finalmente i vincitori di quest'anno. Nel frattempo Avatar è diventato il film di maggior incasso della storia del cinema (2 miliardi e oltre 500 milioni di dollari l'incasso a livello mondiale, di cui 710 negli Usa, mentre anche in Italia il film di Cameron ha superato Titanic, raggiungendo ad oggi 62 milioni di euro), ma The Hurt Locker resta il favorito sia come miglior film che come miglior regia. Nelle categorie per gli attori i giochi sembrano fatti, anche se non perdo le speranze per il terzo Oscar a Meryl Streep (e per Colin Firth). E c'è grande attesa anche per il miglior film straniero: chi la spunterà fra i Il Nastro Bianco e A Prophete, entrambi capolavori?
Questi i pronostici definitivi delle categorie principali:

Miglior film
Vincerà: The Hurt Locker
Dovrebbe vincere: Avatar
Avrebbe dovuto essere candidato anche: A Single Man (e, sulla fiducia, Bright Star di Jane Campion: quanto ci scommettiamo che è infinitamente più bello di An Education?)

Miglior regia
Vincerà: Kathryn Bigelow
Dovrebbe vincere: Kathryn Bigelow
Avrebbe dovuto essere candidato anche: Joel & Ethan Coen (ma anche Micheal Mann, gli europei Haneke ed Audiard, il debuttante Tom Ford, Jane Campion...)

Miglior attore
Vincerà: Jeff Bridges
Dovrebbe vincere: Colin Firth
Avrebbe dovuto essere candidato anche: Tahar Rahim (Un Prophete), Michael Stuhlbarg (A Serious Man), Joaquin Phoenix (Two Lovers)

Miglior attrice
Vincerà: Sandra Bullock
Dovrebbe vincere: Meryl Streep
Avrebbe dovuto essere candidata anche: Michelle Pfeiffer (Chéri) e Saoirse Ronan (Amabili Resti)

Permettetemi qualche considerazione in più sulla mia categoria preferita. Dispiace non aver ancora visto Precious, anche perché, se non fosse l'anno di Sandra Bullock e se Meryl Streep non fosse meritevole di un terzo Oscar dopo 27 anni di nomination a vuoto (27! ogni commento è superfluo), secondo il parere di molti la statuetta finirebbe nelle mani di Gabourey Sidibe. Attenendomi alle performance che ho potuto vedere finora, devo dire che Carey Mulligan è brava ma non eccezionale e che l'interpretazione di HelenCorsivo Mirren nulla aggiunge al suo prestigio. Al loro posto avrei preferito Michelle Pfeiffer e Saoirse Ronan. Nell'attesa di recuperare anche la Charlotte Gainsbourgh di Antichrist e la Tilda Swinton di Julia (e sperando che la 01 distribuisca presto Bright Star con Abbie Cornish), vi dò appuntamento ai Best Confidential Award le cui nomination saranno rese note nelle prossime settimane.

Miglior attore non protagonista:
Vincerà: Christoph Waltz
Dovrebbe vincere: Christoph Waltz
Avrebbe dovuto essere candidato anche: Anthony Mackie (The Hurt Locker)

Miglior attrice non protagonista
Vincerà: Mo'nique
Dovrebbe vincere: Mo'nique
Avrebbe dovuto essere candidata anche: Julianne Moore (A Single Man) e Marion Cotillard (Nine)

Mo'nique di Precious ha già l'Oscar in tasca. E' impossibile che non vinca. Se non ci fosse stato l'exploit del film di Lee Daniels, chi avrebbe avuto maggiori possibilità di vincere in questa categoria? Forse le attrici di Tra le nuvole, Kendrick e Farmiga, o le muse tarantiniane Laurent e Kruger. Ma ritengo che senza Mo'nique in gara, sarebbe stata Julianne Moore a spuntarla e, giunta alla quinta nomination, avrebbe anche portato a casa l'Oscar (come accadrà quest'anno per Jeff Bridges). Per quanto riguarda la Cotillard, i Weinstein hanno azzerato le sue probabilità di candidatura nel momento in cui l'hanno sostenuta come protagonista e non come supporting role.

Miglior sceneggiatura originale
Vincerà: The Hurt Locker
Dovrebbe vincere: Bastardi senza gloria
Avrebbe dovuto essere candidato anche: Il nastro bianco

Miglior sceneggiatura non originale
Vincerà: Tra le nuvole
Dovrebbe vincere: Tra le nuvole
Avrebbe dovuto essere candidato anche: A Single Man

Per il miglior film straniero non saprei proprio chi tifare, se il gelido splendore austriaco o la sanguinosa odissea carceraria francese. Quanto al film d'animazione, mi vergogno di non avere ancora visto Up, ma sono completamente innamorato di Coraline (ed attendo con ansia The Fantastic Mr Fox, in uscita ad aprile).

E i vostri pronostici quali sono?

giovedì 4 marzo 2010

Se solo...

1979

1982

2009?
Dal 1983 ad oggi le hanno "soffiato" il terzo Oscar Shirley MacLaine, Geraldine Page, Cher, Jodie Foster, Kathy Bates, Susan Sarandon, Gwyneth Paltrow, Hilary Swank, Catherine Zeta-Jones, Helen Mirren e Kate Winslet. Vogliamo davvero aggiungere a questa lista il nome di Sandra Bullock?

Il Profeta e l'educazione al male


Fresco trionfatore ai Césars, dove ha fatto piazza pulita di tutti i premi più prestigiosi (9 statuette in tutto: film, regia, sceneggiatura, montaggio, scenografia, fotografia, attore protagonista e rivelazione al magnifico Tahar Rahim e attore non protagonista), dallo scorso Festival di Cannes Il Profeta si contende con Il nastro bianco il titolo di miglior film europeo dell'anno. Ed è davvero una bella sfida, perchè il film di Jacques Audiard è stupendo, durissimo, spietato e profondamente morale.


L'educazione al contrario che il giovane arabo Malik subisce in carcere (condannato a sei anni per un reato minore, Malik è analfabeta ed apparentemente fragile e vulnerabile: preso di mira dal leader di una gang còrsa che detta legge dietro le sbarre, diventa il suo sicario in una serie di missioni e si conquista la sua protezione, imparando alla svelta come sopravvivere e come costruirsi un posto di rilievo nel mondo) assume i connotati eroici di un'odissea disperata e brutale, una tragica, ineluttabile discesa negli inferi del comportamento umano.

Sopraffazione e potere, servilismo e calcolo: Malik sprofonda in questo baratro trascinato dalla realtà che lo circonda, dimostrando una straordinaria capacità di adattamento al male. All'inizio cerca solo di salvarsi la pelle ma a poco a poco si rende conto che può sfruttare la situazione a suo vantaggio, migliorare la sua condizione e accrescere il suo potere. La sua lucidità e la sua coscienza non vengono mai meno. E' sveglio, Malik. In un mondo di mostri, non perde nemmeno la purezza dello sguardo. Anzi, è come se nel male arrivasse a conoscere un senso di leggerezza e libertà fino ad allora mai provati.


Lavorando all'interno del prison movie ma evitando ogni facile cliché, Audiard orchestra un dramma potente, lucido ed emozionante. La focalizzazione narrativa è tutta sul giovane protagonista con la faccia d'angelo e la partecipazione dello spettatore non può che essere totale e devastante. In questa discesa verso gli abissi che, per contrasto, è anche una risalita alla luce e alla scoperta di una identità (quella del Profeta, appunto) Audiard puntella la narrazione con momenti di pura visionarietà che tolgono il fiato. Ma soprattutto costruisce il film sul corpo e sul volto di un attore in stato di grazia, che sembra aver dato l'anima (e la carne) per questo ruolo. Una performance che sfiora l'immenso.

Voto: 9

mercoledì 3 marzo 2010

Invincibile Clint


Piccolo, grande film l'ultimo di Clint Eastwood. Apprezzato (ma non troppo) in America (solo due nominations agli Oscar, per l'eccellente Morgan Freeman e un puntualissimo Matt Damon), osannato in Europa e in Italia, dove sta andando anche piuttosto bene al botteghino, Invictus scorre solenne e gonfio di commozione dall'inizio alla fine. Attraverso la travolgente vittoria del Sudafrica ai mondiali di rugby del 1995, Eastwood racconta la volontà di rinascita di tutta una nazione, grazie agli insegnamenti, alla forza inossidabile e all'ispirazione di un uomo, Nelson Mandela, dalle vedute immense.

"Sono io il padrone del mio destino, il capitano della mia anima": con queste parole tratte dalla poesia Invictus di Henley, Mandela incita ed infonde coraggio a Francois Pieenar, capitano degli Springbocks. Francois guiderà la sua squadra verso una vittoria incredibile che, almeno per un giorno, porrà le basi per un nuovo Sudafrica. Un domani fatto di perdono ed accoglienza del prossimo, a prescindere dal colore della pelle, nel nome di un unico popolo. Eastwood coglie tutta la grazia, la lungimiranza e la grandezza di un uomo che aveva visto nello sport l'occasione giusta, in quel momento storico, per unire il paese al di là degli odi e delle divisioni razziali.

Semplicità ed umanità. Questa la sostanza del film, ma sono anche le parole chiave che ne definiscono lo stile, classico ma mai tronfio, percorso da una tensione felice che sfocia nella lunghissima, travolgente sequenza finale della partita. Eastwood asciuga qualsiasi conflitto eppure la narrazione tiene lo spettatore scorrendo come un fiume di gioia inarrestabile. L'unica ingenuità è ravvisabile nell'inserimento di un paio di sequenze sulla paura di un attentato ai danni del presidente: una sottotraccia narrativa che vorrebbe costituire un motivo di tensione in più ma di cui non c'era affatto bisogno. Questo non è un thriller, non è Gran Torino: Invictus è quasi un reportage, un resoconto, un documento, un omaggio alle infinite possibilità dell'uomo. Mystic River, Million Dollar Baby, Lettere da Iwo Jima e Gran Torino (per citare i titoli più belli della sua recente filmografia), erano narrativamente più complessi e stratificati. Ma anche dolorosi, cupi e profondamente pessimistici. Al contrario Invictus è semplice, limpido e commovente come un bellissimo giorno di sole.

Voto: 8