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lunedì 21 dicembre 2009

I miei Oscar: 1994




Annata seminale il 1994. Due film si divisero in assoluto i favori del pubblico e della critica: l’instant classic Forrest Gump di Robert Zemeckis e la rivelazione destrutturalista Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Ovviamente agli Oscar trionfò il classico, ma apparve subito evidente l’importanza seminale del film di Tarantino, che avrebbe influenzato di lì a poco le modalità narrative e la rappresentazione della violenza in tutto il cinema contemporaneo. Non rivedo entrambi i film da troppi anni, ma all’epoca preferii l’epopea gumpiana. Credo che a sorprendermi adesso potrebbe essere solo la follia tarantiniana.
Lacrime a fiumi ancor più che nel 1994 mi ha provocato di recente Il re leone, uno dei più complessi, drammatici ed adulti cartoon che la Disney abbia mai realizzato, mentre non perde un briciolo della sua perfida ironia anche dopo ripetute visioni la commedia Quattro matrimoni e un funerale di Mike Newell. Ancora sul versante commedia, la sorpresa dell’anno fu certamente il delirio en travesti Priscilla La Regina del deserto di Stephen Elliott, ormai un cult movie nei circuiti gay, mentre il bellissimo Ed Wood, omaggio di Tim Burton al peggiore regista della storia del cinema fotografato in un raffinato bianco e nero, confermò il sublime talento del suo autore. Natural Born Killers di Oliver Stone, sovraeccitato, sovraccarico e controverso racconto della fuga attraverso l’America di due giovani amanti criminali, ebbe modo di dividere la critica ma il film maledetto della stagione fu Intervista col vampiro di Neil Jordan, imperfetto e vibrante viaggio nel mondo delle tenebre in bilico tra grottesco, horror e melo’, e interpretato da un cast all star (Cruise, Pitt, Banderas). Molti fuori parte, ma tutti maledettamente affascinanti.


Jessica Lange, dodici anni dopo la vittoria come non protagonista per Tootsie, vinse finalmente come miglior attrice per Blue Sky, un film irrisolto il cui unico motivo di interesse è la performance della diva: nel ruolo della sensuale Carly, instabile e fragile moglie dell’ufficiale Hank Marshall (Tommy Lee-Jones) in piena guerra fredda, la Lange torna in zona Frances (nevrosi e scene madri a raffica, ma gestite con grande carisma) e gioca al meglio tutte le sue carte. Winona Ryder, adorabile Jo March in Piccole Donne di Gillian Armstrong, fu candidata non tanto per l’effettivo valore della performance, quanto perché l’anno precedente non aveva vinto per L’età dell’innocenza. La stessa cosa si può dire, con i dovuti distinguo, per Susan Sarandon, alla quarta nomination per Il Cliente. Il 1994 fu un grande anno per la Sarandon: il film tratto dal bestseller di John Grisham fu un successo al box office e l’attrice era eccezionale nei panni dell’avvocatessa Reggie Love, matura, sexy, avventurosa ed ironica come solo la Sarandon sa essere. Ancora una volta un discreto film di genere sollevato dalla qualità dell’interprete. L’attrice era sugli schermi anche nel dramma Safe Passage e in Piccole Donne: tra le cinque candidate, senza dubbio la migliore. Gli altri due nomi in lizza erano la sempre brava Miranda Richardson per Tom e Viv e Jodie Foster, ragazza selvaggia nel discreto Nell.


Una cinquina piuttosto debole che avrebbe potuto facilmente essere composta da altri nomi, tutti ugualmente meritevoli. Meryl Streep cercava di uscire dall’impasse dei primi anni ’90 e si dimostrò potente e credibile nell’action thriller Il fiume della paura. Sia la deliziosa Andie McDowell di Quattro matrimoni e un funerale che la strepitosa Jamie Lee Curtis di True Lies dovettero accontentarsi solo di una nomination ai Golden Globes. Andò peggio a Juliette Lewis, completamente ignorata per la feroce performance in Natural Born Killers e a Kate Winslet, al debutto in Creature del cielo di Peter Jackson e già bravissima. Sigourney Weaver fu impressionante nel dramma La morte e la fanciulla di Roman Polanski (interpretato a teatro da Glenn Close) ma l’ attrice che nel 1994 avrebbe dovuto vincere l’Oscar era Jennifer Jason Leigh, straordinaria sia in Mrs Parker e il circolo vizioso di Alan Rudolph che nella commedia capriana dei Coen Mr Hula Hoop.


Tra le attrici non protagoniste stupisce l’assenza nella cinquina di Kirsten Dunst, diabolica ed insaziabile bambina vampiro nel film di Neil Jordan, e di Robin Wright Penn per il bel ruolo di Jenny, il grande amore di Forrest Gump. E furono snobbate anche Sally Field (Forrest Gump) e la già citata Susan Sarandon, molto intensa in Piccole Donne. Le cinque candidate furono Dianne Wiest (la vincitrice), esilarante come capricciosa diva in declino (ispirata alla Gloria Swanson di Viale del tramonto) e la perfetta svampita pupa del boss Jennifer Tilly, entrambe interpreti di Pallottole su Broadway di Woody Allen; Rosemary Harris per Tom e Viv; Helen Mirren alla sua prima nomination per La pazzia di Re Giorgio e Uma Thurman, esplosiva Mia Wallace in Pulp Fiction. Ancora una volta l’Academy confermava la propria miopia non riconoscendo il valore iconico di una performance in cui carisma dell’attore, fisicità del personaggio e visione del regista si fondono perfettamente in un mix esaltante.


Tra gli uomini Tom Hanks trionfò per il secondo anno consecutivo come miglior attore per Forrest Gump. Gli altri candidati erano il redivivo e travolgente John Travolta, memorabile Vincent Vega in Pulp Fiction, Paul Newman in La vita a modo mio di Robert Benton, Nigel Hawthorne per La pazzia di Re Giorgio e Morgan Freeman, interprete di una delle sorprese dell’anno, Le ali della libertà, dramma carcerario tratto da Stephen King e diretto da Frank Darabont. Per lo stesso film il coprotagonista Tim Robbins (perfetto come moderno Jimmy Stewart anche in Mr Hula Hoop) non venne degnato di alcun riconoscimento (come era avvenuto nel 1992, quando fu snobbato sia per I protagonisti che per Bob Roberts), ma l’Academy ignorò anche Ralph Fiennes (Quiz Show), Woody Harrelson (Natural Born Killers) e Johnny Depp (Ed Wood). Per non parlare di Terence Stamp, divino in Priscilla, Jim Carrey in The Mask, ruolo della consacrazione dopo l’exploit di Ace Ventura e Hugh Grant, di colpo star con Quattro matrimoni e un funerale. A chi avrei dato l’Oscar? John Travolta. Per quel twist con Uma.


Per quanto riguarda i non protagonisti tutti lamentano il fatto che la performance di John Turturro in Quiz Show non abbia ricevuto alcuna candidatura. Quanto ai nominati, notevolissimi erano Samuel L. Jackson (Pulp Fiction), Chazz Palminteri (Pallottole su Broadway), Gary Sinise (Forrest Gump) e Paul Scofield (Quiz Show). L’Oscar andò a Martin Landau, stupefacente incarnazione di Bela Lugosi in Ed Wood.

mercoledì 25 novembre 2009

I miei Oscar: 1991

Film dell'anno Il Silenzio degli Innocenti di Jonathan Demme


2° posto Thelma & Louise di Ridley Scott


Il mio viscerale e sconsiderato amore per il cinema e per le attrici affonda definitivamente le sue radici nel 1991. In un solo anno Thelma & Louise e Clarice Starling de Il silenzio degli innocenti ridefiniscono il concetto di eroismo declinando al femminile il road movie e il thriller metafisico, percorrendo le strade d'America alla ricerca di un riscatto impossibile o guardando l'abisso del male dritto negli occhi. L'impatto che questi due film hanno avuto con gli anni sul mio immaginario e sulla costruzione della mia identità giovanile è enorme. Jodie Foster e Susan Sarandon entrano nei miei sogni di fuga e ribellione, rivincita sul passato e necessaria lotta contro i propri demoni. E soprattutto danno anima e corpo a due ruoli memorabili: da una parte la disperata ironia e la forza di Louise Sawyer in quel viaggio senza speranza sulla mitica thunderbird verde, dall'altra lo sguardo impavido e tremante di Clarice di fronte al male assoluto. Entrambe potenti ed impressionanti.


L'Oscar andò a Jodie Foster, nonostante lo avesse vinto appena due anni prima per Sotto accusa, probabilmente perché l'Academy non volle dividere Susan Sarandon e Geena Davis, bravissima nel ruolo della svagata, immatura ed adorabile Thelma. Ma entrambe le interpretazioni della Foster e della Sarandon sono incommensurabili: nessuna scena madre, nessuna concessione al facile effetto, sfumature sotterranee a profusione e grinta da vendere in ogni scena, carisma e introspezione siderali. Corpi veri e sanguinanti sulla superficie dello schermo. Avrei assegnato l'Oscar ad entrambe (senza nulla togliere alla formidabile Geena Davis capace di rendere alla perfezione l'evoluzione del personaggio, ma il ruolo è meno stratificato, e di conseguenza meno deflagrante nell'impatto generale). Susan Sarandon proveniva dalle magnifiche prove di Bull Durham e White Palace (Calda Emozione), per le quali non aveva ricevuto importanti riconoscimenti (solo le candidature ai Golden Globes): con Thelma & Louise, strappa finalmente la sua seconda nomination agli Oscar (la prima risale al 1981 per Atlantic City), diventa star di assoluta grandezza a 45 anni suonati e l'attrice drammatica più quotata d'inizio decennio.


Le altre attrici candidate erano Laura Dern per Rosa Scompiglio e i suoi amanti e Bette Midler per la commedia musicale For the Boys. Ignorate l'iper-glamour Annette Bening di Bugsy, la Kathy Bates post-Misery di Pomodori verdi fritti, la strepitosa Anjelica Huston de La famiglia Addams e soprattutto l'altro grande star-turn dell'anno, la splendida Michelle Pfeiffer di Frankie & Johnny-Paura d'amare (per un'analisi della performance della Pfeiffer nel film di Marshall vedi post precedente).

Fra le attrici non protagoniste Mercedes Ruehl per La leggenda del Re Pescatore trionfò su Diane Ladd (Rosa Scompiglio), Kate Nelligan (Il principe delle maree), Jessica Tandy (Pomodori verdi fritti) e sulla giovanissima e sconvolgente Juliette Lewis di Cape Fear, il thriller ad altissimo voltaggio di Martin Scorsese. La scena della seduzione tra lei e Max Cady (Robert de Niro) nel teatro della scuola è un trionfo di perversione assolutamente paralizzante. La Lewis meritava la statuetta.

I candidati come miglior attore erano Warren Beatty (Bugsy), Nick Nolte (Il principe delle maree), Robin Williams (La leggenda del Re Pescatore), Robert de Niro (Cape Fear) e sir Anthony Hopkins (Il silenzio degli innocenti). Forse solo De Niro avrebbe potuto insidiare la vittoria di Hopkins: ma la geniale, epocale ed ontologica interpretazione di Hannibal Lecter non poteva avere rivali. Raramente gli Oscar centrano in pieno il migliore dell'anno. In questo caso, forse, del decennio.


Il trionfo del film di Demme fu superiore ad ogni aspettativa, non solo in termini di incassi, ma anche di riconoscimento da parte dell'Academy. Per la prima volta un thriller vinceva i cinque Oscar maggiori: film, regia, sceneggiatura ed interpreti principali. E non stiamo parlando di un thriller qualsiasi, ma di un'opera controversa, coraggiosa, lucida e devastante, lontana anni luce dalla classiche pellicole da Oscar. Un film alternativo e maledetto, sporco e crudele, sceneggiato alla perfezione e diretto con mano ispiratissima da un Jonathan Demme capace di creare incubi veri con una forza espressiva straordinaria. Bugsy, JFK e Il principe delle maree al confronto sembrano film per neonati. Thelma & Louise di Ridley Scott avrebbe invece meritato maggiore considerazione, a parte l'Oscar per la sceneggiatura originale e le candidature per regista e le due eccezionali attrici.


Harvey Keitel avrebbe infatti dovuto vincere fra i non protagonisti proprio per il film di Scott, invece era candidato per Bugsy insieme a Ben Kingsley (Bugsy), Tommy Lee Jones (JFK), Micheal Lerner (Barton Fink) e Jack Palance, cui andò l'Oscar per Scappo dalla città.

Tutto sommato, un'annata straordinaria. Cosa ne pensate?

lunedì 9 novembre 2009

I miei Oscar: gli anni '80


Se la memoria non mi inganna mi sono innamorato del cinema il 26 dicembre del 1988, giorno in cui i miei genitori mi portarono a vedere "Chi ha incastrato Roger Rabbit?". Non era la mia prima volta: avevo già visto al cinema una riedizione del classico Disney La carica dei 101 e un altro film di animazione, Brisby e il segreto di Nimh. Il film di Robert Zemeckis fu tuttavia una folgorazione: non certo per la trama, che faticavo a seguire, né per gli effetti speciali o per la commistione di animazione e live action. Ciò che mi colpì fu l'ambientazione losangelina anni '40, le atmosfere torbide e "noir" e, naturalmente, la figura mozzafiato di Jessica Rabbit. Non ci avevo mai pensato prima d'ora ma credo di dover far risalire la mia passione per le attrici proprio all'ironia e alla sensualità di un... disegno animato! Jessica Rabbit era in buona compagnia: Crudelia de Mon, Grimilde, Malefica, Medusa e le altre cattive Disney componevano già il mio personale immaginario divistico. Lascio al mio psicanalista il compito di indagare sulle profonde ragioni di una simile quanto prematura venerazione verso immagini femminili così potenti ed espressive.

Il secondo atto del mio amore per il cinema è indissolubilmente legato allo scoppio di una febbre dalla quale non sono più guarito: la febbre da oscar (o oscaromania) mi ha contagiato nella primavera del 1992, anno dell'incredibile quanto inaspettato trionfo de Il silenzio degli innocenti, un film che ancora oggi occupa un posto di assoluto riguardo nella classifica dei miei titoli intoccabili.


Il trionfo del film di Jonathan Demme combaciava con l'ascesa nel mio cuore di Jodie Foster, per qualche anno al primo posto tra le mie attrici preferite. L'Oscar come migliore attrice la rendeva ai miei occhi maggiormente degna di amore rispetto a Julia Roberts, che dovette scendere al secondo posto. E quando seppi che aveva già vinto un altro Oscar nel 1988, non avevo più alcun dubbio: era la migliore e la sua immagine alternativa e antidivistica me la rendeva ancora più simpatica e "vicina". Da Julia Roberts a Jodie Foster alla Catwoman di Michelle Pfeiffer il passo fu brevissimo. Ma andiamo con ordine.

Parliamo di Oscar e di anni '80. Non ho visto molte delle performance che hanno segnato la storia del cinema e degli Oscar in quegli anni, tuttavia il decennio fu dominato da un'unica vera regina, Meryl Streep. In misura leggermente minore, gli altri nomi che ricorrevano con notevole frequenza agli Oscar erano quelli di Jessica Lange, Sissy Spacek e Glenn Close. E due vere star da botteghino erano Kathleen Turner e Sigourney Weaver.

Un anno incredibile fu il 1982: vinse meritatamente Meryl Streep per La scelta di Sophie, ma erano candidate anche Julie Andrews per il pazzesco e vertiginoso tour de force di Victor Victoria e soprattutto Jessica Lange per Frances. Ho visto il film di recente e la Lange è davvero straziante, talmente dentro la parte da risultare insostenibile. Senza dubbio l'interpretazione della sua vita. Il premio come non protagonista per Tootsie lo stesso anno, valeva anche per Frances.

Se l'Oscar nel 1983 a Shirley Mclaine per Voglia di tenerezza fu quasi un atto dovuto ad una leggenda che da quasi 30 anni illuminava gli schermi con autoironia e straordinaria versatilità, non posso commentare le vittorie successive di Sally Field (Le stagioni del cuore, 1984), Geraldine Page (In viaggio verso Bountiful, 1985) e Marlee Matlin (Figli di un dio minore, 1986) per il semplice fatto che non ho visto i film né quelli delle altre attrici candidate.

Un discorso a parte meritano gli anni successivi, il 1987 e il 1988. Le vincitrici furono rispettivamente Cher per Stregata dalla luna e Jodie Foster per Sotto Accusa.
1987 Best Actress nominees
Cher: Stregata dalla luna
Glenn Close: Attrazione fatale
Holly Hunter: Dentro la notizia
Sally Kirkland: Anna
Meryl Streep: Ironweed

Al posto della Kirkland avrei candidato Barbra Streisand per Pazza. E quell'anno ebbe un grande successo anche Diane Keaton con Baby Boom.

1988 Best Actress nominees
Glenn Close: Le relazioni pericolose
Jodie Foster: Sotto accusa
Melanie Griffith: Una donna in carriera
Meryl Streep: Un grido nella notte
Sigourney Weaver: Gorilla nella nebbia
Come ho già discusso in un post precedente, un anno davvero meraviglioso. Melanie Griffith è l'unica leggermente fuori posto, ma il film di Mike Nichols fu un enorme successo commerciale e fu evidentemente preferito all'indipendente Bull Durham. Susan Sarandon fu la grande snobbata dell'anno, ma altre celebri assenze furono Jamie Lee Curtis (Un pesce di nome Wanda), Shirley McLaine (Madame Sousatzka) e Michelle Pfeiffer (Una vedova allegra ma non troppo), tutte nominate ai golden globes.


Ebbene, senza nulla togliere a Cher e soprattutto a Jodie Foster (davvero toccante nel film di Kaplan) ritengo che Glenn Close avrebbe dovuto vincere consecutivamente nel 1987 e nel 1988 per i ruoli di Alex Forrest e della Marchesa de Merteuil. Potente come una lama in entrambi i film e in modi diametralmente opposti. Probabilmente nessuno poteva immaginare che sarebbero state le sue ultime candidature e che di lì a poco la Close, a parte le eccellenti prove ne La carica dei 101 (1996) e La fortuna di Cookie (1999), avrebbe avuto maggior fortuna proseguendo la sua carriera in teatro e in televisione.

Nel 1988 l'Oscar come migliore non protagonista andò a Geena Davis per Turista per caso. Le altre candidate erano:
Joan Cusack: Una donna in carriera
Frances McDormand: Mississipi Burning
Michelle Pfeiffer: Le relazioni pericolose
Sigourney Weaver: Una donna in carriera
La mia scelta sarebbe caduta sulla perfida Weaver nel film di Mike Nichols.

Anche il 1989 fu un anno spinoso. Vinse Jessica Tandy per A spasso con Daisy, ma tutti i premi delle associazioni di critici americani erano andati a Michelle Pfeiffer, sublime, sboccata, malinconica Susie Diamond ne I Favolosi Baker. Chissà perché l'Academy é quasi sempre cieca di fronte alle performance migliori. Il tempo ha avuto ragione: la Pfeiffer che canta Makin' Whoopee distesa sul pianoforte è entrata nella storia del cinema, accanto alle grandi torch singer del passato, Rita Hayworth e Marilyn Monroe.

1989 Best Actress nominees
Isabelle Adjani: Camille Claudel
Pauline Collins: Shirley Valentine
Jessica Lange: Music Box
Michelle Pfeiffer: I Favolosi Baker
Jessica Tandy: A spasso con Daisy

Nominate ai golden globes e snobbate dalle candidature agli Oscar furono Sally Field (Fiori d'acciaio), Andie Mcdowell (Sesso, bugie e videotape), Meryl Streep (She-Devil), Kathleen Turner (La guerra dei Roses), e Meg Ryan (Harry ti presento Sally). Personalmente avrei tolto l'Adjani e la Collins in favore di Kathleen Turner e Sally Field. Nessun dubbio sulla vincitrice: Michelle Pfeiffer.


Come Best Supporting Actress nel 1989 vinse Brenda Fricker, madre coraggio ne Il mio piede sinistro, ma Julia Roberts si rivelava già un'attrice di razza ancor prima che una diva di prima grandezza in Fiori d'acciaio ed avrebbe meritato un riconoscimento.

Per quanto riguarda i maschietti, un discorso relativo agli anni '80 è ancora più difficile e mi propongo di approfondire con gli anni la questione andando a recuperare i film che non ho ancora visto. Scorrendo la lista degli sconfitti, che è quasi sempre più interessante di quella dei vincitori, i casi più eclatanti mi sembrano i seguenti:
1981: Burt Lancaster per Atlantic City (vinse Henry Fonda per Sul lago dorato)
1982: Dustin Hoffman per Tootsie (vinse Ben Kingsley per Gandhi)

Dal prossimo post si passa al 1990, anno per anno. Buon divertimento!

lunedì 12 ottobre 2009

Gli incubi di Clarice


"Coraggiosa Clarice! Me lo dirai quando gli agnelli smetteranno di gridare?"

Stamattina mi sono svegliato con questa frase nel cervello e i volti di Jodie Foster e Anthony Hopkins fissi davanti agli occhi... che significa? Ne ho parlato col mio analista. Forse è da troppo tempo che non rivedo il capolavoro di Jonathan Demme (imperdonabile da parte mia) ma ho come la sensazione che gli incubi di Clarice siano diventati i miei. Secondo il mio analista dovrei aprire ogni settimana il mio blog proprio con la frase, la scena, il primo piano che mi ronzano nella testa. Non voglio deluderlo. Quid pro quo dottore.