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lunedì 3 maggio 2010

Dench vs Blanchett: scontro di regine in "Diario di uno scandalo"


E' un grande film Diario di uno scandalo e non solo per le incredibili performance di Judi Dench e Cate Blanchett. Richard Eyre realizza un thriller d'autore di notevole complessità psicologica, stringato e senza sbavature nei suoi 90 minuti di durata, immerso in un'atmosfera livida e claustrofobica (gli esterni grigi e piovosi, il seminterrato) ed impreziosito dalla colonna sonora liquida di Philip Glass. Il film non inizia: scorre come un fiume e lo spettatore ci finisce immediatamente dentro, travolto dal vortice manipolatorio di Barbara. Dall'alto della sua facoltà di controllare il racconto attraverso la scrittura del suo diario, la protagonista impone immediatamente la sua prospettiva interiore come focalizzazione narrativa principale:

"Tutti mi hanno sempre affidato i loro segreti. Ma io a chi posso affidare i miei? A te. Soltanto a te"

Così dichiara in apertura la voce fuori campo di Barbara mentre sfoglia le pagine di un diario ancora immacolato. Ma ci vuole poco per intuire che si tratta di una prospettiva instabile, parziale, non condivisibile fino in fondo. Barbara non è solo una vecchia insegnante cinica e severa: è molto di più ed anche molto peggio. Dalle pagine del suo diario emerge la sua natura sprezzante e presuntuosa. Una presunzione che ha profonde radici nel suo isolamento, nella sua solitudine e nell'assenza d'amore. Si difende Barbara. Si trincera dietro una glaciale rigidità. Si sente respinta, rifiutata, sessualmente ignorata e questo la trasforma in un essere spregevole e pericoloso. La sua idea di superiorità rispetto agli altri si traduce in parole di disprezzo per chiunque e sfocia in una pericolosa ansia di controllo e possesso attraverso metodiche, puntigliose strategie manipolatorie.


Nei primi 10 minuti il regista pone le basi della fascinazione di Barbara per Sheba Hart, la nuova insegnante di arte. Pochi sono gli accenni all'omosessualità di Barbara: la dolce impertinenza della sorella, che le chiede se "c'è qualcun'altra", o il ricordo costante di una vecchia amica del cuore di cui si sono perse le tracce. Nelle parole di Barbara, Sheba potrebbe essere la "fatina" giunta a rimpiazzare quel posto rimasto vacante per tanto tempo. E' sincera nel suo diario, Barbara. E' davvero felice quando Sheba la invita a pranzo dalla sua famiglia e lei si lustra a festa per fare bella figura: "Oh beatitudine! Una bandiera gioiosa sventola sul deserto artico del mio calendario". Ma è ipocrita e doppia: davanti è tutta sorrisi, disponibilità ed affetto. Ascolta le confessioni dell'incauta Sheba e si compiace di esserne la confidente.

"E' una caratteristica tipica dei privilegiati, abbandonarsi a confidenze immediate ed incaute [...] Sheba fu di una sincerità assoluta. Una novizia che si confessa alla madre superiora".

Ma alle spalle (sul diario ed in voce fuori campo) non lesina in commenti terribili sul marito e sui figli. E' falsa Barbara, forse soltanto poco più di tutti quanti noi. Finiamo col provare vergogna, persino imbarazzo per la sua spietata sincerità. "Non si leggono i diari degli altri", dirà alla fine.


Dal canto suo, Sheba è inquieta e confusa, insoddisfatta della vita di madre ed incerta sulla sua vocazione di insegnante. Crede fondamentalmente di essere "una buona a nulla", e forse è così. Di certo è un'istintiva, se si abbandona alla passione per l'alunno quindicenne Steven Connolly con tale leggerezza e noncuranza delle conseguenze.

"Mio padre diceva sempre - Ricordati Sheba, non devi perderti !- Non lo so. E' che c'è una distanza tra la vita che uno sogna di avere e la vita che ha".

Mentre dà queste battute lo sguardo di Cate Blanchett si perde chissà dove e le labbra accennano un lieve sorriso. A differenza del personaggio di Barbara, non abbiamo accesso all'interiorità di Sheba. Questo rende il suo carattere arduo da interpretare e da raccontare al pubblico, soprattutto attraverso il filtro della voce di Barbara, ma la Blanchett riesce a rendere miracolosamente credibili le scelte di Sheba senza imporre nessun giudizio.

"Mi sono sempre comportata bene. Sono stata una buona moglie, una discreta madre. Questa voce dentro di me continuava a ripetere - Perché non potresti essere cattiva almeno una volta, perché non dovresti trasgredire? Te lo sei guadagnata".

Sheba è una debole, e come tale si lascia travolgere dagli eventi. E si fida degli altri. La Blanchett è strepitosa nel rendere la sua incoscienza, e disarmante quando si sforza di trovare una giustificazione al suo comportamento (ma attenzione: se si giustifica, è solo per le orecchie di Barbara). Finita nella trappola dell'anziana collega, che dopo aver scoperto la tresca compra l'amicizia della giovane in cambio del suo silenzio, Sheba commette un altro errore, ancora più grave della pedofilia (il giovane, sfrontato e bugiardo Steven è tutt'altro che innocente e lo sguardo del regista sulla questione è brillantemente scevro da qualsiasi moralismo). Anche Sheba, in fondo, crede di poter manipolare Barbara, fingendosi sua amica soltanto per tenerla al suo posto. Praticamente si mentono a vicenda. Qui ruota il centro nevralgico delle tensioni del film: un'autentica tragedia dei sentimenti, una fotografia della loro svalutazione e mercificazione.


"Avevo davanti un'occasione superba: se agivo con astuzia potevo assicurarmi la preda rendendola mia debitrice in eterno. Potevo ottenere tutto... senza fare nulla".

Barbara ha dalla sua parte anni ed anni di reclusione interiore che l'hanno trasformata in un vampiro. Quando scopre che Sheba sta ancora frequentando lo studente nonostante il suo veto di porre fine alla liason, la situazione precipita. Barbara ancora una volta è persino sincera nel voler mettere in guardia Sheba dai rischi che sta correndo.

"Credi che lui ricambi le tue attenzioni sdolcinate? Oh certo! Sarà affascinato dagli squallidi appetiti di una matura signora borghese con problemi coniugali! Non sai quanto siano crudeli gli adolescenti. Io li conosco. Quando sarà sazio ti butterà come uno straccio vecchio! Non sei più una ragazzina."

A partire da questo momento la donna si autoconvince che il suo rapporto con Sheba sia una specie di platonica storia d'amore. Una visione completamente distorta della realtà, un'enorme menzogna che non può non ritorcersi contro con effetti catastrofici. Quando la giovane si trova costretta a scegliere tra l'amica e la sua famiglia, la vendetta scatta subdola ed inesorabile. La scena in cui Barbara circuisce il collega ed accende la miccia dello scandalo semplicemente insinuando il sospetto della relazione illegale, è un trionfo attoriale. Judi Dench è micidiale ed implacabile, un cervello astuto che afferra immediatamente la possibilità di una vendetta e porta il suo interlocutore lì dove lei vuole che arrivi. Nel passaggio successivo c'è tutto il dolore e il rancore del personaggio.

"Le persone come Sheba sono convinte di sapere cosa significhi essere soli. Ma della tortura del lento sgocciolio della vera, infinita solitudine non sanno niente".


E Cate? Quando la verità sulla manipolazione viene a galla, le due donne si affrontano in una stupefacente scena madre e noi spettatori assistiamo con la bava alla bocca ad uno dei duelli più intensi degli ultimi anni. Sheba finalmente sputa il rospo e vomita addosso alla sua carnefice tutto quello che pensa veramente di lei. Poi si dà in pasto ai giornalisti urlando con tutta la rabbia e la disperazione che ha in corpo. Di solito controllatissima, Cate Blanchett qui molla le redini e si lascia andare. Il momento dell'urlo è di una potenza dilaniante ed è probabilmente la scena più toccante del film.

voto: 8

giovedì 14 gennaio 2010

In difesa di Nine


Non si può liquidare in poche righe un film come Nine, non foss’altro per l’enorme sforzo produttivo e l’innegabile, eccezionale livello tecnico e artistico del team creativo.
Per quel che mi riguarda, la visione del film ieri mattina non poteva non essere filtrata dall’affetto personale che provo per il musical di Yeston e dalla nostalgia per i miei anni di accademia teatrale. Nel 2004 The Bernstein School of Musical Theater a Bologna mise in scena un pregevole allestimento di Nine con traduzione italiana per la regia di Shawna Farrell ed io facevo parte del cast (Corrado Siddi, mio grande amico, ne era il notevolissimo protagonista). Probabilmente in sala eravamo gli unici a conoscere già i pezzi, non solo quelli tratti dalla versione di Broadway ma anche i tre brani originali composti da Yeston appositamente per il film.

Solo conoscendo già le canzoni è possibile concentrarsi sugli elementi scenico-visivi e sulla profondità del lavoro attoriale, apprezzando i molteplici livelli di un film tanto stratificato e complesso, quanto glamour e patinato. Trovo il musical Nine molto ispirato a livello compositivo, ma anche sofisticato e non di facile presa. Immagino che il pubblico, a parte una manciata di canzoni (Be Italian e Cinema Italiano) lo giudicherà noioso e musicalmente poco orecchiabile e seducente. Invece è brillante e sincero. Naturalmente nel passare dallo stage allo schermo molte cose sono cambiate e non sempre in meglio. Operare delle scelte e dei tagli era comunque inevitabile. Ma andiamo con ordine.


Ambientato a Roma nel 1965, Nine è un film sul fallimento personale del regista Guido Contini (Daniel Day-Lewis, in un personaggio che ricalca Marcello Matroianni in 8 e ½). In piena crisi creativa all’inizio delle riprese del suo nuovo film, Contini non ha ancora scritto una sola riga del copione. Il produttore (Ricky Tognazzi) lo incalza, la costumista Lilly (Judi Dench) cerca di scuoterlo dal torpore ed ha già pronti i nuovi costumi pur non sapendo di cosa tratti il film, la star Claudia Jenssen (Nicole Kidman truccata e vestita come Anita Ekberg) fa i capricci e si lamenta di non aver ancora ricevuto il copione, l’amante Carla (Penelope Cruz) lo raggiunge alla stazione termale dove lui si rifugia lontano dai flash dei paparazzi e porta ulteriore scompiglio nella sua vita. In tutto questo, la moglie Luisa (Marion Cotillard) soffre in silenzio, pur sapendo benissimo di essere costantemente tradita, mentre il fantasma della madre (Sophia Loren) gli appare affettuoso e consolatorio ma non può dargli le risposte di cui avrebbe bisogno. Di scrivere il film proprio non se ne parla: “Sei troppo impegnato ad inventare la tua vita”, gli dice Lilly. Un blocco spaventoso, una crisi esistenziale senza precedenti che lo porta a chiedere udienza al cardinale e gli fa ripercorrere i sentieri della memoria, alla ricerca delle radici della sua educazione sentimentale e sessuale.

Un film che parla di cinema attraverso il continuo riferimento (nei personaggi, nelle situazioni, negli ambienti) ad un altro film che ha fatto la storia del cinema, 8 e ½ appunto, e ad un’epoca, gli anni ‘60 della dolce vita italiana, rievocati con gusto, nostalgia e precisione dei dettagli e non, come serpeggiava fra i colleghi, in modo stereotipato o cartolinesco (molto belli i brani di musica leggera italiana scelti in sottofondo). Al livello diegetico della realtà (la narrazione della storia) si sovrappongono i livelli della fantasia, del sogno e della memoria (quest’ultima fotografata in un bellissimo bianco e nero). Su questi livelli paralleli si colloca la sfera musicale del film, che vede gli attori cantare i rispettivi brani nel teatro di posa allestito per il nuovo film di Contini. Ed ecco che emerge l’altro livello del film, quello propriamente teatrale e coreografico. Nel mettere in scena su un palcoscenico i numeri musicali Marshall ricorre alla stessa soluzione usata in Chicago, cioè evidenzia la natura teatrale dell’opera (ed al tempo stesso l’onirismo del mezzo cinematografico, che consente tali scivolamenti da un mezzo all’altro).

Probabilmente è questo che i detrattori non gli perdonano: non aver inventato nulla di nuovo. Ma se in Chicago l’integrazione dei livelli funzionava a meraviglia anche perché la progressione della storia non era solo appannaggio della sfera narrativa ma anche dei brani musicali, in Nine le canzoni risultano spesso soltanto giustapposte alla narrazione: il fatto che il montaggio intersechi la narrazione (spesso interrompendo una scena dialogata) con i numeri musicali allestiti in teatro (come se fossero sogno/allucinazione/memoria) finisce col sottolineare non la fluidità ma la definitiva separazione della sfera musicale da quella narrativa. Musicalmente parlando, questo è un grave errore, anche perché le canzoni di Nine non portano avanti la storia (a parte forse Take It All e I Can’t Make This Movie cantata da Guido nel finale) e la scaletta dei brani (radicalmente modificata rispetto alla versione on stage) e l’architettura del film che prevede una canzone per ogni personaggio e così via fino alla fine senza alcuna deroga, risulta schematica e, in termini strutturali, molto noiosa.


A compensare il risultato debole ed incerto di queste scelte strutturali abbiamo un montaggio e una fotografia strepitosi che per ogni momento creano rispettivamente la giusta sferzata di ritmo e l’atmosfera adeguata. E c’è l’occhio di Marshall, un regista che in fatto di musical sa decisamente il fatto suo e sa come valorizzare, da grande esteta qual è, la bellezza del cast femminile. E ci sono gli attori. Daniel Day-Lewis è fisicamente ed emotivamente credibile dall’inizio alla fine, tormentato e nevrotico, bugiardo per professione e traditore per natura: è un piacere sentirlo recitare e cantare con accento italiano (ed in modo per giunta niente male, anche se i suoi due pezzi sono piuttosto deboli). Penelope Cruz è sexy, fragile e buffa allo stesso tempo: la sua Carla, gattina svampita ed ingenua completamente annegata nell’amore per Contini, è un piccolo capolavoro a tutto tondo (provocante senza mai sfiorare la volgarità, comica e triste al tempo stesso) e la resa del brano A Call From the Vatican è il trionfo della sua sensualità accogliente. La performance vocale è piuttosto piatta ma visivamente, signori miei, Penelope è l’unica oggi che possa gareggiare con la tenerezza e il calore di Marilyn Monroe.


L’altra performance che merita applausi a scena aperta è quella di Marion Cotillard. Quando la macchina da presa la inquadra il film rallenta il passo e trattiene il respiro, quasi naufragando nella dolcezza e nel dolore della sua interpretazione. My Husband Makes Movies è uno dei momenti più intensi (uno dei pochi in cui non c’è la separazione fra i livelli narrativo/musicale cui accennavo prima): niente lustrini, niente montaggio ipercinetico, solo il suo volto e la bellissima partitura di Yeston. Più problematico il discorso riguardo il secondo brano, Take It All, che sostituisce la canzone originale Be On Your Own e si colloca nel momento in cui Luisa realizza la fine del rapporto con Guido. Ai toni melodrammatici del brano originale è stato preferito il jazz prima sensuale, poi graffiato ed aggressivo della nuova composizione (un “viaggio” musicale perfettamente reso dalla performance vocale della Cotillard). La soluzione scelta da Marshall (un masochistico strip-tease di Luisa di fronte a Guido e ad una platea di uomini urlanti, dai quali si lascia toccare abbandonandosi fra le loro braccia), se drammaticamente ha un certo effetto, risulta straniante e spezza l’intensità del momento narrativo precedente (Luisa che visiona i provini del film ed ha la certezza della falsità di Guido): come fantasia di Guido sembra arrivare direttamente da Chicago (e il gioco scenico di Marshall rivela la corda), e come fantasia di ribellione di Luisa non è affatto conforme al personaggio.

Le altre star fanno egregiamente il loro dovere: Judi Dench è brillante e pungente, proprio come ti aspetteresti che sia, e Folies Bergere è un pezzo da rivista nostalgico e spumeggiante. Nicole Kidman è divina da par suo: praticamente interpreta sé stessa, una star assoluta nel ruolo della musa di Contini, in un corto circuito di senso che i toni intimi della Kidman (cui lo script regala qualche bella battuta sulla persona reale che si nasconde dietro la figura della diva) rendono quasi commovente. La grandezza di Unusual Way, brano cantato dal personaggio di Claudia, è tuttavia inevitabilmente compromessa dai limiti vocali dell’attrice australiana e, nonostante gli sforzi, il blocco narrativo legato al suo personaggio si segnala come uno dei meno riusciti.


Infine le due sequenze più esaltanti. Cinema Italiano è stato ampiamente criticato su tutti i fronti ma è un brano trascinante che la vitale performance di Kate Hudson e le meraviglie del montaggio rendono assolutamente irresistibile. Ma è Fergie a divorare la scena nel ruolo della Saraghina, la prostituta che insegna il sesso e l’amore al piccolo Guido: Be Italian ha lo stesso effetto elettrizzante di Cell Block Tango in Chicago, ed è il pezzo più bello di Nine. La genialità della coreografia e la perfezione del montaggio, uniti alla forza animalesca e alla voce devastante di Fergie sollevano per cinque minuti Nine ad un livello altissimo. Chi ama il musical sa di cosa sto parlando.

Nel passare dallo stage allo schermo Grand Canal, Simple, Only With You e addirittura la canzone Nine sono state tagliate: non credo che il pubblico potrà cogliere il vero significato del titolo al di là del riferimento numerico al film di Fellini. La sceneggiatura accenna infatti solo una volta all’età del piccolo Guido, nove anni. Al posto di Nine, Sophia Loren intona la ninna nanna Guarda la luna, una composizione dall’estensione limitatissima che la nostra star rende come può. Ma la sua mitica presenza vale molto di più di qualunque cosa dica o faccia sulla scena.

Appassionati di musical di tutto il mondo, unitevi! Non lasciate che questo film affondi e non credete alle recensioni che leggerete sui giornali. Nine non è Chicago, né Moulin Rouge né tantomeno Hairspray: ma è divertente, è fatto con passione e talento e, nonostante i difetti, ha un fascino nostalgico e quasi decadente cui è impossibile resistere.

voto: 7

martedì 24 novembre 2009

Nine Poster!



Eccoli finalmente i primi tre poster dell'attesissimo Nine di Rob Marshall in uscita in America il 18 dicembre (da noi dovrebbe arrivare il 22 gennaio). Per quanto poco pubblicizzata nei mesi precedenti rispetto a Penelope Cruz, Marion Cotillard e Nicole Kidman, Kate Hudson compare in tutti e tre con lo stesso spazio, mentre sono completamente assenti Sophia Loren e Judi Dench. La Weinstein Company ha sicuramente pianificato un enorme lancio promozionale, quindi aspettiamoci altri poster in arrivo.

venerdì 16 ottobre 2009

Glamour victim


Ieri sera ero su Google alla ricerca di immagini di Anjelica Huston in Rischiose abitudini (The Grifters), tragico e spietato noir di Stephen Frears, per inaugurare la galleria The Great Performances of All Time inserita nel sidebar di Best Actress Confidential appena sotto le previsioni dei prossimi Oscar. Mi imbatto così quasi per caso in un magnifico servizio fotografico realizzato da quel genio di Annie Leibovitz nel marzo 2007 per Vanity Fair.

Trentanove attori di Hollywood (da Amy Adams a Evan Rachel Wood elencati in ordine alfabetico nei credits) per 14 quadri (definirli scatti è improprio, anche perchè si tratta di autentiche "composizioni") attraverso cui la Leibovitz racconta (con annesse didascalie) una storia noir losangelina seguendo tutti gli stilemi fotografici, iconografici e narrativi del genere. Ecco allora le splendide "signore di Los Angeles" Anjelica Huston, Sharon Stone e Diane Lane (in alto) in lussuosi abiti anni '40, mentre commentano la notizia dell'ultimo omicidio nella toilette dello Snyder's Restaurant. O Judi Dench ed Helen Mirren in una rocambolesca fuga in auto (in alto a destra).

Infine Ed Norton, Kate Winslet, Robert de Niro, Jennifer Connelly, la Mirren e Julianne Moore (a sinistra) nella hall dell'Hotel LaBrea nei panni di altri misteriosi ed ambigui personaggi, in un'atmosfera torbida e patinata, carica di inganni e segreti, pulsioni nascoste e tradimenti. I quadri sono uno più bello dell'altro e meritano tutti di essere ammirati.
Mi piace moltissimo quando le star si prestano a giochi del genere, soprattutto se lo sguardo dietro l'obiettivo è sofisticato e brillante come quello di Annie Leibovitz. Penso di avere una personalità abbastanza sfaccettata e aperta da accettare di indulgere ogni tanto e senza riserve al richiamo del glamour hollywoodiano. Con dei modelli così poi, resistere è assolutamente impossibile.

martedì 6 ottobre 2009

Nine e il suo cielo di star


Il trailer è già visibile su youtube dallo scorso giugno e per tutti gli appassionati di musical e di glamour cinematografico l’aggettivo che viene in mente non può che essere uno solo: elettrizzante. Il musical di Maury Yeston ispirato a 8 e mezzo di Federico Fellini è un capolavoro di stile in cui la fusione di musica e teatro rasenta la perfezione. Portato sulle scene per la prima volta nel 1982 con Raul Julia, è stato ripreso con buon successo a Broadway nel 2003 con Antonio Banderas, Mary Stuart Masterson e la favolosa Jane Krakowski. Dopo gli oscar di Chicago e l’esito piuttosto deludente di Memorie di una geisha, il regista Rob Marshall ha scelto di adattare per lo schermo un altro musical colto e sofisticato ma ci sono voluti anni per mettere insieme il cast. Daniel Day-Lewis e Marion Cotillard sono subentrati solo dopo che Javier Bardem e Catherine Zeta-Jones avevano dato forfait per la parti di Guido Contini e di sua moglie Luisa. Probabilmente Bardem, a differenza di Day-Lewis, avrebbe potuto rendere a pelle l’italianità del protagonista e la Zeta-Jones avrebbe sfoderato nuovamente la grinta che le ha fatto vincere l’oscar per Chicago.

Detto questo, l’attesa e le aspettative sono alle stelle per tutti i membri del cast: tutti sappiamo quanto Day-Lewis sia strepitoso come attore ma nessuno prima d’ora l’ha mai sentito cantare e la partitura per baritono alto di Guido Contini è tutt’altro che una passeggiata. Marion Cotillard ha già dimostrato di essere una brava cantante con La vie en Rose e Judy Dench è una consumatissima interprete teatrale oltre che una delle più acclamate interpreti del cinema d’oggi. Il suo ruolo, originariamente interpretato on stage da Chita Rivera, è uno dei più trascinanti del musical e dalle immagini del trailer sembra davvero calzarle a pennello. Forse fin troppo, tanto che se venisse candidata all’oscar come non protagonista credo sarebbe più per default e per reverenza, che per altro. Ma l’Academy venera Judy Dench, quindi staremo a vedere.

Più scivoloso il terreno in cui è chiamata a muoversi Nicole Kidman. Nel ruolo di Claudia ha l’arduo compito di non storpiare la canzone più bella e struggente del musical Unusual way. Certo, la Kidman in Moulin rouge cantava, e con una voce piuttosto gradevole e intonata, ma qui occorrerebbe un timbro sopranile di tutt’altro spessore. Forse è per questo che nessuna previsione la dà come probabile concorrente nella categoria supporting actress. Quanto a Peneloper Cruz, chi ha visto le preview giura che nel ruolo di Carla sia assolutamente strepitosa, pura dinamite. Far dimenticare la performance acrobatica e vocale di Jane Krakowski del brano A call from the Vatican è impresa ardua, ma la Cruz gode di uno sconsiderato amore da parte di critica e pubblico almeno dai tempi di Volver (dove però non cantava con la sua voce) e le prime immagini sembrano assolutamente dar ragione alle critiche entusiastiche delle preview. Completano il cast Kate Hudson, a quanto pare sorprendente nel ruolo della giornalista Stephanie Necrophorus e, unico nome italiano nonché irrinunciabile trait d’union con l’universo cinematografico di Fellini, Sophia Loren nella parte della mamma di Guido Contini. Dimenticavo: la Saraghina è Fergie, la vocalist dei Black Eyed Peas ed è sua la voce potente che nel trailer intona la tambureggiante Be Italian.

Nine esce in america il 25 novembre. Da noi bisognerà aspettare Natale o l’inizio del 2010. Non ci resta che contare i giorni. Aspettiamoci una campagna promozionale per gli oscar a tamburo battente nelle categorie miglior film, regia, attore protagonista (Day-Lewis), attrice protagonista (Cotillard), attrice non protagonista (Cruz, Dench).

Mirren e Cotillard new entries

Due novità questa settimana nelle previsioni per la categoria migliore attrice 2010.



Accolto positivamente al Telluride Film Festival e in procinto di essere presentato al Festival del Film di Roma il prossimo 18 ottobre, The Last Station, il dramma sull'ultimo anno della vita di Tolstoj diretto da Micheal Hoffman ed interpretato da Christopher Plummer nel ruolo dello scrittore russo e da Helen Mirren in quello di sua moglie, la contessa Sophia, è stato acquistato dalla Sony Pictures Classics, che sta pianificando una distribuzione entro dicembre in previsione degli oscar. Nel materiale narrativo biografico e nel cast di grande richiamo la Sony ha probabilmente visto notevoli possibilità di un ritorno in termini di nominations agli oscar. Aspettiamoci, quindi, di vedere candidati con buone probabilità Plummer (che non è mai stato nominato) e la Mirren (vincitrice nel 2006 con The Queen) nelle categorie Best Actor e Best Actress. Per Helen Mirren, tra le più acclamate interpreti contemporanee, sarebbe la conferma di un momento d'oro.


A scompaginare le carte nella lista delle probabili contendenti alla statuetta di migliore attrice arriva anche la notizia che Marion Cotillard sarà probabilmente sostenuta e pubblicizzata dal suo studio come lead actress per il musical Nine e non come supporting. Per chi conosce il meraviglioso musical di Mauri Yeston, questa decisione non può che apparire bizzarra, dato che l'unico personaggio principale del musical è evidentemente il protagonista maschile Guido Contini (Daniel Day-Lewis), circondato dalle donne della sua vita: la moglie Luisa (Marion Cotillard), l'amante Carla (Penelope Cruz), la musa Claudia (Nicole Kidman), l'impresaria LaFleur (Judy Dench), la madre (Sophia Loren). Pare che dalle preview il ruolo della Cotillard sia risultato quello di maggior rilievo in termini di cronometraggio e di impressione emotiva sugli spettatori per cui lo studio avrà pensato di promuovere la Cotillard a leading anche per evitare un'eccessiva concorrenza nella categoria supporting actress all'interno dello stesso film. Tornerò più tardi su Nine e sull' incredibile galleria di star femminili che Rob Marshall è riuscito a mettere insieme per il suo film. Per il momento, ecco la lista aggiornata della categoria best actress.

Meryl Streep, Julie&Julia

Carey Mulligan, An education

Gabourey Sidibe, Precious

Abbie Cornish, Bright Star

Helen Mirren, The last station

Hilary Swank, Amelia

Marion Cotillard, Nine

Michelle Pfeiffer, Cheri

Robin Wright Penn, The private lives of Pippa Lee

Saoirse Ronan, The Lovely Bones


Chi credete possa entrare nella cinquina finale?

martedì 29 settembre 2009

Best supporting actress 2010: first look

Ecco le attrici che potrebbero essere candidate quest'anno nella categoria best supporting actress:


Mo'nique, Precious

Marion Cotillard, Nine

Susan Sarandon, The lovely bones

Anna Kendrick, Up in the air

Julianne Moore, A single man

Penelope Cruz, Nine

Judi Dench, Nine

Vera Farmiga, Up in the air

A breve una discussione nel blog sulle effettive possibilità di questi otto nomi di entrare nella cinquina finale. In ogni caso risulta una categoria molto competitiva: ben due film, Up in the air e soprattutto Nine hanno buone possibilità di veder candidate più di un interprete.

Se Mo'nique risulta ad ora l'unico nome sicuro, Susan Sarandon potrebbe finalmente colmare il gap che la separa dalla sua ultima candidatura (trasformatasi in oscar) nel 1995 ed arrivare a sei nominations.
Ma soprattutto, sarebbe ora di riconoscere lo straordinario talento di Julianne Moore, che in A single man, il commovente debutto di Tom Ford, disegna un altro ritratto di donna sottile, sfumato, lucido e disperato. In attesa di vedere le relative performance (su A single man, che ho visto a Venezia, e sull'interpretazione di Julianne Moore, scriverò presto un post), chi vorreste vedere nella cinquina finale?