Visualizzazione post con etichetta oscar story. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta oscar story. Mostra tutti i post

lunedì 21 dicembre 2009

I miei Oscar: 1994




Annata seminale il 1994. Due film si divisero in assoluto i favori del pubblico e della critica: l’instant classic Forrest Gump di Robert Zemeckis e la rivelazione destrutturalista Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Ovviamente agli Oscar trionfò il classico, ma apparve subito evidente l’importanza seminale del film di Tarantino, che avrebbe influenzato di lì a poco le modalità narrative e la rappresentazione della violenza in tutto il cinema contemporaneo. Non rivedo entrambi i film da troppi anni, ma all’epoca preferii l’epopea gumpiana. Credo che a sorprendermi adesso potrebbe essere solo la follia tarantiniana.
Lacrime a fiumi ancor più che nel 1994 mi ha provocato di recente Il re leone, uno dei più complessi, drammatici ed adulti cartoon che la Disney abbia mai realizzato, mentre non perde un briciolo della sua perfida ironia anche dopo ripetute visioni la commedia Quattro matrimoni e un funerale di Mike Newell. Ancora sul versante commedia, la sorpresa dell’anno fu certamente il delirio en travesti Priscilla La Regina del deserto di Stephen Elliott, ormai un cult movie nei circuiti gay, mentre il bellissimo Ed Wood, omaggio di Tim Burton al peggiore regista della storia del cinema fotografato in un raffinato bianco e nero, confermò il sublime talento del suo autore. Natural Born Killers di Oliver Stone, sovraeccitato, sovraccarico e controverso racconto della fuga attraverso l’America di due giovani amanti criminali, ebbe modo di dividere la critica ma il film maledetto della stagione fu Intervista col vampiro di Neil Jordan, imperfetto e vibrante viaggio nel mondo delle tenebre in bilico tra grottesco, horror e melo’, e interpretato da un cast all star (Cruise, Pitt, Banderas). Molti fuori parte, ma tutti maledettamente affascinanti.


Jessica Lange, dodici anni dopo la vittoria come non protagonista per Tootsie, vinse finalmente come miglior attrice per Blue Sky, un film irrisolto il cui unico motivo di interesse è la performance della diva: nel ruolo della sensuale Carly, instabile e fragile moglie dell’ufficiale Hank Marshall (Tommy Lee-Jones) in piena guerra fredda, la Lange torna in zona Frances (nevrosi e scene madri a raffica, ma gestite con grande carisma) e gioca al meglio tutte le sue carte. Winona Ryder, adorabile Jo March in Piccole Donne di Gillian Armstrong, fu candidata non tanto per l’effettivo valore della performance, quanto perché l’anno precedente non aveva vinto per L’età dell’innocenza. La stessa cosa si può dire, con i dovuti distinguo, per Susan Sarandon, alla quarta nomination per Il Cliente. Il 1994 fu un grande anno per la Sarandon: il film tratto dal bestseller di John Grisham fu un successo al box office e l’attrice era eccezionale nei panni dell’avvocatessa Reggie Love, matura, sexy, avventurosa ed ironica come solo la Sarandon sa essere. Ancora una volta un discreto film di genere sollevato dalla qualità dell’interprete. L’attrice era sugli schermi anche nel dramma Safe Passage e in Piccole Donne: tra le cinque candidate, senza dubbio la migliore. Gli altri due nomi in lizza erano la sempre brava Miranda Richardson per Tom e Viv e Jodie Foster, ragazza selvaggia nel discreto Nell.


Una cinquina piuttosto debole che avrebbe potuto facilmente essere composta da altri nomi, tutti ugualmente meritevoli. Meryl Streep cercava di uscire dall’impasse dei primi anni ’90 e si dimostrò potente e credibile nell’action thriller Il fiume della paura. Sia la deliziosa Andie McDowell di Quattro matrimoni e un funerale che la strepitosa Jamie Lee Curtis di True Lies dovettero accontentarsi solo di una nomination ai Golden Globes. Andò peggio a Juliette Lewis, completamente ignorata per la feroce performance in Natural Born Killers e a Kate Winslet, al debutto in Creature del cielo di Peter Jackson e già bravissima. Sigourney Weaver fu impressionante nel dramma La morte e la fanciulla di Roman Polanski (interpretato a teatro da Glenn Close) ma l’ attrice che nel 1994 avrebbe dovuto vincere l’Oscar era Jennifer Jason Leigh, straordinaria sia in Mrs Parker e il circolo vizioso di Alan Rudolph che nella commedia capriana dei Coen Mr Hula Hoop.


Tra le attrici non protagoniste stupisce l’assenza nella cinquina di Kirsten Dunst, diabolica ed insaziabile bambina vampiro nel film di Neil Jordan, e di Robin Wright Penn per il bel ruolo di Jenny, il grande amore di Forrest Gump. E furono snobbate anche Sally Field (Forrest Gump) e la già citata Susan Sarandon, molto intensa in Piccole Donne. Le cinque candidate furono Dianne Wiest (la vincitrice), esilarante come capricciosa diva in declino (ispirata alla Gloria Swanson di Viale del tramonto) e la perfetta svampita pupa del boss Jennifer Tilly, entrambe interpreti di Pallottole su Broadway di Woody Allen; Rosemary Harris per Tom e Viv; Helen Mirren alla sua prima nomination per La pazzia di Re Giorgio e Uma Thurman, esplosiva Mia Wallace in Pulp Fiction. Ancora una volta l’Academy confermava la propria miopia non riconoscendo il valore iconico di una performance in cui carisma dell’attore, fisicità del personaggio e visione del regista si fondono perfettamente in un mix esaltante.


Tra gli uomini Tom Hanks trionfò per il secondo anno consecutivo come miglior attore per Forrest Gump. Gli altri candidati erano il redivivo e travolgente John Travolta, memorabile Vincent Vega in Pulp Fiction, Paul Newman in La vita a modo mio di Robert Benton, Nigel Hawthorne per La pazzia di Re Giorgio e Morgan Freeman, interprete di una delle sorprese dell’anno, Le ali della libertà, dramma carcerario tratto da Stephen King e diretto da Frank Darabont. Per lo stesso film il coprotagonista Tim Robbins (perfetto come moderno Jimmy Stewart anche in Mr Hula Hoop) non venne degnato di alcun riconoscimento (come era avvenuto nel 1992, quando fu snobbato sia per I protagonisti che per Bob Roberts), ma l’Academy ignorò anche Ralph Fiennes (Quiz Show), Woody Harrelson (Natural Born Killers) e Johnny Depp (Ed Wood). Per non parlare di Terence Stamp, divino in Priscilla, Jim Carrey in The Mask, ruolo della consacrazione dopo l’exploit di Ace Ventura e Hugh Grant, di colpo star con Quattro matrimoni e un funerale. A chi avrei dato l’Oscar? John Travolta. Per quel twist con Uma.


Per quanto riguarda i non protagonisti tutti lamentano il fatto che la performance di John Turturro in Quiz Show non abbia ricevuto alcuna candidatura. Quanto ai nominati, notevolissimi erano Samuel L. Jackson (Pulp Fiction), Chazz Palminteri (Pallottole su Broadway), Gary Sinise (Forrest Gump) e Paul Scofield (Quiz Show). L’Oscar andò a Martin Landau, stupefacente incarnazione di Bela Lugosi in Ed Wood.

domenica 13 dicembre 2009

I miei Oscar: 1993

Film dell'anno L'età dell'innocenza di Martin Scorsese



2° posto Lezioni di piano di Jane Campion


Il 1993 è l'anno del film che più di ogni altro ha sconvolto il mio mondo adolescente e posto le radici del mio amore per il melodramma, rimanendo da solo al vertice della mia classifica per quasi un decennio. Si tratta de L'età dell'innocenza di Martin Scorsese, raffinatissima e crudele storia d'amore tratta dal romanzo di Edith Wharton, un film talmente perfetto in ogni suo elemento (forma e contenuto, visione e narrazione, attori e colonna sonora di Elmer Bernstein, malinconica e struggente) da toccare le vette del sublime cinematografico (il tramonto infuocato sul molo, il bacio in carrozza, il finale a Parigi, solo per citare alcuni momenti memorabili). Ma il 1993 fu un anno ricco di gemme rare: la tempestosa fantasia femminile di Lezioni di piano, diretto da Jane Campion e saldamente al secondo posto tra i film dell'anno (magnifica la partitura di Michael Nyman, diventata un classico); l'epica nazista di Schindler's List di Steven Spielberg, trionfatore agli Oscar; l'opera in assoluto più bella di James Ivory, Quel che resta del giorno, l'emozionante Nel nome del padre di Jim Sheridan e l'importante Philadelphia di Jonathan Demme, prima ricognizione hollywoodiana sul dramma dell'aids. E come dimenticare Nightmare Before Christmas di Henry Selick e Tim Burton autentico cult movie in stop-motion?


Tra le attrici l'Oscar non poteva non andare alla meravigliosa Holly Hunter di Lezioni di piano: la sua Ada, fiera, ostinata, scontrosa e fragile al tempo stesso, è una delle performance del decennio e il modo in cui la Hunter si esprime solo attraverso lo sguardo, il linguaggio del corpo e la musica del pianoforte è stupefacente. Scandaloso, tuttavia ,che le altre due grandi interpretazioni dell'anno siano state ignorate dagli Oscar: Juliette Binoche in Film Blu e la divina Michelle Pfeiffer de L'età dell'innocenza. Nel difficile ruolo di Madame Olenska la Pfeiffer va ancora più a fondo nella sua ricerca (dimostrando ancora una volta la sua incredibile versatilità), emergendo con una prova di grande naturalezza ed (apparente) semplicità, trattenuta, sfumata, intensa e contemporaneamente sfolgorante (nelle pose e nelle stupende inquadrature che Scorsese le regala). Ancora una volta troppo (bella, brava ed autentica) per essere riconosciuta.


Le altre candidate erano la bravissima Emma Thompson (sebbene Quel che resta del giorno sia dominato soprattutto da un monumentale Anthony Hopkins) e Stockard Channing nella sorprendente commedia drammatica Sei gradi di separazione. Sopravvalutate invece Angela Bassett nella biografia di Tina Turner What's love got to do with it? e Debra Winger nel dramma Shadowland. La Winger era anche l'acclamata interprete di Una donna pericolosa e, con due titoli in competizione, era inevitabile che ottenesse una nomination.


Tra le non protagoniste, l'ambigua e sotterranea Winona Ryder de L'età dell'innocenza si vide sottrarre il premio dalla giovanissima Anna Paquin di Lezioni di piano. Notevoli le altre candidate: Holly Hunter ed Emma Thmpson fecero il bis e vennero nominate anche come supporting character rispettivamente per Il socio e Nel nome del padre. Ma la May Welland di Winona Ryder, con il suo "doppio" candore e la sua apparente ingenuità, è un personaggio difficile da dimenticare.

Eccezionali gli interpreti maschili. Tom Hanks vinse per Philadelphia nel ruolo dell'avvocato gay Andrew Beckett ammalato di aids. Tuttavia il 1993 era l'anno di Daniel Day-Lewis con le prove magnifiche (quanto di più opposto e lontano si possa chiedere ad uno stesso attore) de L'età dell'innocenza e Nel nome del padre (per cui fu candidato).

Se nel 1989 avesse vinto Jeremy Irons per Inseparabili (come avrebbe dovuto essere, e non Day-Lewis per Il mio piede sinistro), l'Oscar 1993 avrebbe dovuto essere suo. Grandi anche Hopkins nel film di Ivory e Liam Neeson in Schindler's List. Al posto di Lawrence Fishbourne (What's love got to do with it?), avrei candidato senza dubbio l'emozionante Al Pacino di Carlito's Way. Ignorati Harrison Ford per Il fuggitivo, Robin Williams per Mrs Doubtfire e Denzel Washington per Philadelphia.

Carlito's way, memorabile mix di thriller, romance, noir e ganster's movie tra le vette del cinema di Brian de Palma, avrebbe meritato anche la candidatura tra i non protagonisti per Sean Penn. Il vincitore della categoria fu Tommy Lee Jones per Il fuggitivo, ma ugualmente straordinari erano anche il giovanissimo Leonardo di Caprio per Buon compleanno Mr Grape e l'allora poco conosciuto Ralph Fiennes, gelido ufficiale nazista in Schindler's List. Gli altri candidati erano il grande John Malkovich (Nel centro del mirino) e Pete Postlethwaite (Nel nome del padre).

giovedì 3 dicembre 2009

I miei Oscar: 1992


Film dell'anno Bram Stoker's Dracula di Francis Ford Coppola



2 posto La moglie del soldato (The Crying Game) di Neil Jordan


Anno di grandi ritorni e gradite conferme. Robert Altman, immenso regista della nuova Hollywood riemerge dalle nebbie degli anni '80 con un affresco al vetriolo della Mecca del cinema, I protagonisti, e si scalda per il capolavoro successivo, Short Cuts-America oggi. Un altro grande vecchio, Clint Eastwood, fa incetta di Oscar con Gli spietati (miglior film, regia, attore non protagonista), riporta il western ai vertici del box office ed avvia quella straordinaria carrellata di grandi film con cui continua a stupire e commuovere le platee di tutto il mondo. James Ivory si conferma un maestro del cinema letterario con Casa Howard, una delle sue trasposizioni più belle, e Tim Burton dà nuovamente prova della propria autorialità spingendo il pedale sul tema del doppio, della schizofrenia e della diversità nel maledetto Batman Returns. Ma i due film dell’anno sono il fiammeggiante Bram Stoker’s Dracula di Francis Ford Coppola, melodramma horror esteticamente sublime che riconcilia con la magia del grande cinema attraverso il ricorso a tecniche di creazione artigianale degli effetti speciali, e il noir di Neil Jordan La moglie del soldato (The Crying Game il bellissimo titolo originale), un sorprendente, ardito ed ispiratissimo mix di thriller, melo’, poliziesco e commedia interpretato da un gruppo di attori in stato di grazia.


Il premio Oscar come migliore attrice andò alla poco conosciuta Emma Thompson, all’epoca moglie di Kenneth Branagh ed interprete di film come L’altro delitto ed Henry V. Bravissima in Casa Howard nel ruolo della borghese Margaret Schleghel: fascino atipico, sguardo acuto ed intelligente, fisicità nervosa, grande intensità. Per qualche anno la Thompson fu indubbiamente l’attrice inglese preferita dall’Academy. Le altre candidate erano Catherine Deneuve per Indocina, Mary McDonnell per Passion Fish, Michelle Pfeiffer per Love Field e Susan Sarandon per L’olio di Lorenzo. Entrambe alla terza candidatura, la Pfeiffer e la Sarandon erano ai vertici della loro carriera ma videro sfumare ancora una volta le possibilità di vittoria (la Sarandon avrà comunque modo di rifarsi qualche anno dopo, Michelle chissà … ).


Nel docu-drama L’olio di Lorenzo la Sarandon abbandona i panni avventurosi e sexy dei film precedenti e si immerge nel ruolo dimesso di Micaela Odone, madre coraggio che non si arrende alla diagnosi dei medici ed insieme al marito scopre un farmaco naturale alternativo per curare la terribile malattia del figlio, l’adrenoleucodistrofia. Ispirato alla storia vera dei coniugi Odone, il film di George Miller fu un autentico caso: in coppia con Nick Nolte la Sarandon è così intensa, fiera, ossessiva e totalizzante nell’amore per il figlio che supera ogni cliché e conferisce al personaggio un’imponente statura tragica. In assoluto una delle sue migliori interpretazioni.

Ma il 1992 fu indubbiamente l’anno di Michelle Pfeiffer. Due sconosciuti un destino (Love Field) fu un fallimento in termini economici, ma la Pfeiffer era perfetta nel ruolo di Lurene Hallett, casalinga disperata nell’America ferita dall’assassinio di Kennedy.


Tuttavia l’Academy avrebbe dovuto avere il coraggio di candidarla per la fenomenale Catwoman di Batman Returns: uno star turn micidiale in cui la diva shakera al massimo tutti gli ingredienti del suo carisma unico: magnetismo, autoironia, sex appeal, inventiva, una presenza che buca lo schermo, una padronanza espressiva unita ad un gusto per la stilizzazione formidabili. Selina Kyle/Catwoman è una ninfomane dissociata e schizofrenica e la Pfeiffer stratifica il personaggio in modo geniale, infondendo disperazione e rabbia autentica allo splendore simbolico del cartoon. Il risultato è una performance complessa che trasuda elettricità, animalità e brivido in ogni passaggio. La scena della trasformazione è un capolavoro gotico assoluto. E nei combattimenti sui gelidi tetti di Gotham City la Pfeiffer è una meraviglia da guardare. L’Oscar sarebbe stato troppo poco. Un’interpretazione che è già leggenda. Icona. Mito.


Tra le altre attrici snobbate dalle nominations ricordiamo almeno la meravigliosa Tilda Swinton di Orlando, Whoopie Goldberg per Sister Act, Geena Davis per Ragazze vincenti e soprattutto l’efficace e notevole Sharon Stone di Basic Instinct, catapultata dall’anonimato al ruolo di diva assoluta e nuovo, chiacchieratissimo sex symbol del decennio. Lo scandalo ed il rumore sollevato del film non permise di valutare pienamente la grande prova della Stone in quello che, assieme alla Ginger di Casino, resta il suo ruolo migliore, Catherine Tramell.


La sconosciuta e bravissima Marisa Tomei si portò a casa l’Oscar come non protagonista per la commedia Mio cugino Vincenzo, battendo contro ogni pronostico Judy Davis (Mariti e mogli), Joan Plowright (Un incantevole aprile), la potente Miranda Richardson (Il danno) e perfino un mostro sacro come Vanessa Redgrave (Casa Howard). Personalmente avrei preferito veder vincere la Tomei in anni più recenti per prove più mature e complesse (In the Bedroom o The Wrestler) e avrei dato senza dubbio la statuetta alla Richardson (impressionante anche come perfida dark lady ne La moglie del soldato).


Per quanto riguarda gli uomini, l’Oscar ad Al Pacino per Scent of a woman valeva più come premio alla carriera che per l’interpretazione istrionica nel film di Martin Brest. Ma l’attore italoamericano avrebbe prima o poi dovuto vincere ed era anche candidato fra i non protagonisti per Americani. Gli altri candidati Clint Eastwood (Gli spietati), Robert Downey Jr (Chaplin), Denzel Washington (Malcom X) e Stephen Rea (La moglie del soldato) dovettero passare la mano. Ma la cinquina per il miglior attore avrebbe facilmente potuto essere costituita da altri nomi, tanti furono gli snobbati eccellenti: Tom Cruise (Codice d’onore), Jack Nicholson (Hoffa), Tim Robbins nominato ai Golden Globes sia per I protagonisti che per Bob Roberts e ignorato dall’Academy, il selvaggio e bellissimo Daniel Day-Lewis de L’ultimo dei Mohicani. Ma il mio cuore nel 1992 batteva solo per Gary Oldman, romantico, tragico e spaventevole principe Vlad nel Bram Stoker’s Dracula.


Tra gli attori non protagonisti il vecchio leone Gene Hackman (Gli spietati) tornò a vincere a venti anni di distanza dall’Oscar come protagonista per Il braccio violento della legge e si impose su Jack Nicholson (Codice d’onore), Al Pacino (Americani), David Paymer (Mr Saturday Night) e l’incredibile Jaye Davidson de La moglie del soldato.



Nel ruolo di Dil, il cuore nero del film di Jordan, Davidson non ha bisogno di recitare: gli basta quel volto e quel corpo carico di mistero per aprire una voragine in cui sprofondare. Ancora una volta troppo perfetto per vincere un Oscar.

mercoledì 25 novembre 2009

I miei Oscar: 1991

Film dell'anno Il Silenzio degli Innocenti di Jonathan Demme


2° posto Thelma & Louise di Ridley Scott


Il mio viscerale e sconsiderato amore per il cinema e per le attrici affonda definitivamente le sue radici nel 1991. In un solo anno Thelma & Louise e Clarice Starling de Il silenzio degli innocenti ridefiniscono il concetto di eroismo declinando al femminile il road movie e il thriller metafisico, percorrendo le strade d'America alla ricerca di un riscatto impossibile o guardando l'abisso del male dritto negli occhi. L'impatto che questi due film hanno avuto con gli anni sul mio immaginario e sulla costruzione della mia identità giovanile è enorme. Jodie Foster e Susan Sarandon entrano nei miei sogni di fuga e ribellione, rivincita sul passato e necessaria lotta contro i propri demoni. E soprattutto danno anima e corpo a due ruoli memorabili: da una parte la disperata ironia e la forza di Louise Sawyer in quel viaggio senza speranza sulla mitica thunderbird verde, dall'altra lo sguardo impavido e tremante di Clarice di fronte al male assoluto. Entrambe potenti ed impressionanti.


L'Oscar andò a Jodie Foster, nonostante lo avesse vinto appena due anni prima per Sotto accusa, probabilmente perché l'Academy non volle dividere Susan Sarandon e Geena Davis, bravissima nel ruolo della svagata, immatura ed adorabile Thelma. Ma entrambe le interpretazioni della Foster e della Sarandon sono incommensurabili: nessuna scena madre, nessuna concessione al facile effetto, sfumature sotterranee a profusione e grinta da vendere in ogni scena, carisma e introspezione siderali. Corpi veri e sanguinanti sulla superficie dello schermo. Avrei assegnato l'Oscar ad entrambe (senza nulla togliere alla formidabile Geena Davis capace di rendere alla perfezione l'evoluzione del personaggio, ma il ruolo è meno stratificato, e di conseguenza meno deflagrante nell'impatto generale). Susan Sarandon proveniva dalle magnifiche prove di Bull Durham e White Palace (Calda Emozione), per le quali non aveva ricevuto importanti riconoscimenti (solo le candidature ai Golden Globes): con Thelma & Louise, strappa finalmente la sua seconda nomination agli Oscar (la prima risale al 1981 per Atlantic City), diventa star di assoluta grandezza a 45 anni suonati e l'attrice drammatica più quotata d'inizio decennio.


Le altre attrici candidate erano Laura Dern per Rosa Scompiglio e i suoi amanti e Bette Midler per la commedia musicale For the Boys. Ignorate l'iper-glamour Annette Bening di Bugsy, la Kathy Bates post-Misery di Pomodori verdi fritti, la strepitosa Anjelica Huston de La famiglia Addams e soprattutto l'altro grande star-turn dell'anno, la splendida Michelle Pfeiffer di Frankie & Johnny-Paura d'amare (per un'analisi della performance della Pfeiffer nel film di Marshall vedi post precedente).

Fra le attrici non protagoniste Mercedes Ruehl per La leggenda del Re Pescatore trionfò su Diane Ladd (Rosa Scompiglio), Kate Nelligan (Il principe delle maree), Jessica Tandy (Pomodori verdi fritti) e sulla giovanissima e sconvolgente Juliette Lewis di Cape Fear, il thriller ad altissimo voltaggio di Martin Scorsese. La scena della seduzione tra lei e Max Cady (Robert de Niro) nel teatro della scuola è un trionfo di perversione assolutamente paralizzante. La Lewis meritava la statuetta.

I candidati come miglior attore erano Warren Beatty (Bugsy), Nick Nolte (Il principe delle maree), Robin Williams (La leggenda del Re Pescatore), Robert de Niro (Cape Fear) e sir Anthony Hopkins (Il silenzio degli innocenti). Forse solo De Niro avrebbe potuto insidiare la vittoria di Hopkins: ma la geniale, epocale ed ontologica interpretazione di Hannibal Lecter non poteva avere rivali. Raramente gli Oscar centrano in pieno il migliore dell'anno. In questo caso, forse, del decennio.


Il trionfo del film di Demme fu superiore ad ogni aspettativa, non solo in termini di incassi, ma anche di riconoscimento da parte dell'Academy. Per la prima volta un thriller vinceva i cinque Oscar maggiori: film, regia, sceneggiatura ed interpreti principali. E non stiamo parlando di un thriller qualsiasi, ma di un'opera controversa, coraggiosa, lucida e devastante, lontana anni luce dalla classiche pellicole da Oscar. Un film alternativo e maledetto, sporco e crudele, sceneggiato alla perfezione e diretto con mano ispiratissima da un Jonathan Demme capace di creare incubi veri con una forza espressiva straordinaria. Bugsy, JFK e Il principe delle maree al confronto sembrano film per neonati. Thelma & Louise di Ridley Scott avrebbe invece meritato maggiore considerazione, a parte l'Oscar per la sceneggiatura originale e le candidature per regista e le due eccezionali attrici.


Harvey Keitel avrebbe infatti dovuto vincere fra i non protagonisti proprio per il film di Scott, invece era candidato per Bugsy insieme a Ben Kingsley (Bugsy), Tommy Lee Jones (JFK), Micheal Lerner (Barton Fink) e Jack Palance, cui andò l'Oscar per Scappo dalla città.

Tutto sommato, un'annata straordinaria. Cosa ne pensate?

mercoledì 11 novembre 2009

I miei Oscar: 1990



Film dell'anno: Rischiose Abitudini (The Grifters) di Stephen Frears,
starring Anjelica Huston, John Cusack e Annette Bening

L'inizio degli anni '90 rappresentò per gli Oscar un felicissimo momento di apertura verso pellicole non convenzionali e tematiche quantomeno controverse: basti pensare alle pluricandidature assegnate a film come Il Silenzio degli Innocenti nel 1991, Philadelphia nel 1993 e Pulp Fiction nel 1994. Il western tornò prepotentemente di moda con Balla coi lupi, tendenza confermata due anni dopo con Gli Spietati di Clint Eastwood. Regista ed interprete dell'epopea filo-indiana che commosse le platee di mezzo mondo, il bel Kevin Costner era già famoso per Gli Intoccabili e Bull Durham, ma con Balla coi lupi divenne una star assoluta e avrebbe dominato tabloid e box office per circa un lustro. Se gli attori del decennio furono probabilmente Tom Hanks e Tom Cruise, sul versante femminile le dive degli anni '80 iniziarono ad accusare segni di appannamento, lasciando il posto a nuovi ingressi: Julia Roberts nella commedia romantica, Susan Sarandon nel dramma, Michelle Pfeiffer in tutti i generi possibili ed immaginabili, Meg Ryan, Jodie Foster, in misura minore Winona Ryder, infine Sharon Stone e Demi Moore come star da copertina. La ventata di rinnovamento investiva anche i ruoli assegnati alle donne: ruoli finalmente forti, a tutto tondo, senza sconti per nessuno.

Il 1990 dava già un'idea di questa tendenza, che sarebbe esplosa con impeto deflagrante l'anno successivo in film come Thelma & Louise e Il Silenzio degli Innocenti. Le candidature furono:

Best Actress
Kathy Bates: Misery
Anjelica Huston: Rischiose Abitudini
Meryl Streep: Cartoline dall'inferno
Julia Roberts: Pretty Woman
Joanne Woodward: Mr e Mrs Bridge

Meryl Streep era già alla sua nona candidatura, ma il momento d'oro sembrava volgere al termine: il tiepido successo della dark comedy She-Devil (irresistibile a mio avviso) fu letto come un segnale di affaticamento e un tentativo di ricerca di nuove strade. In Cartoline dall'inferno, agrodolce commedia di Mike Nichols, la Streep è notevole come sempre, soprattutto negli scontri con Shirley Maclaine e ci regala le prime esibizioni canore della sua carriera, ma rispetto ai precedenti ruoli drammatici si avverte il rischio della maniera e del mestiere.

Il grande quanto inaspettato successo dell'anno fu Pretty Woman: il film di Marshall catapultò la Roberts appena ventiduenne nell'olimpo delle star, ma questa ragazzona di Atlanta aveva già dimostrato di avere classe e talento l'anno precedente con Fiori d'acciaio.

L'Oscar andò a sorpresa a Kathy Bates, all'epoca poco conosciuta al grande pubblico, ma attiva in teatro da molti anni: la sua performance nel thriller di Rob Reiner è semplicemente straordinaria, agghiacciante per come alterna devozione, calcolo e follia.


Una serie di performance eccellenti non entrarono nella rosa dei candidati: Andie mcDowell, dopo Sesso bugie e videotape si riconfermava sofisticata interprete di commedie in Green Card, ma evidentemente le fu preferita Julia Roberts; Demi Moore ebbe una nominations ai Golden Globe trainata dall'enorme successo del suo film, Ghost; seguendo le orme di Meryl Streep, Michelle Pfeiffer dimostrava di saperci fare (anche) con gli accenti stranieri interpretando il ruolo della bella Katja nella spy story La casa Russia; Glenn Close riempiva di dolore ed umanità il ruolo antipatico della matrona Sunny Von Bulow nel dramma Il Mistero Von Bulow.



Per la seconda volta in tre anni veniva inspiegabilmente snobbata Susan Sarandon: dopo la strepitosa Anne Savoy in Bull Durham, l'attrice disegna con Nora Baker in Calda Emozione (White Palace) un altro bellissimo ritratto, una donna di bassa estrazione sociale che lavora come cassiera in un fast food a Sant Louis: fondamentalmente incolta ma di grande intelligenza, Nora è una donna ironica, affascinante, spiritosa e straordinariamente sexy, ma nasconde dentro di sé il dolore insanabile della perdita del figlio. La scena in cui abborda il giovane Max (James Spader) nel night di periferia è da antologia per come riesce a passare con assoluta verità attraverso molteplici stati d'animo. E' uno di quei casi in cui attrice e ruolo sembrano combaciare perfettamente. A 44 anni la Sarandon stava per diventare una star e si prenotava per futuri successi. Non solo attrice di razza ma anche sex symbol, caso più unico che raro in una Hollywood maschilista che sembra non avere ruoli per le attrici sopra i quaranta.

Tuttavia l'Oscar alla migliore attrice lo avrei assegnato ad Anjelica Huston per Rischiose Abitudini, il tragico e asciutto noir di Stephen Frears: nel ruolo di Lilly la Huston è devastante, minacciosa, affannata, disperata. Non ci sono aggettivi.


Lilly non si ferma di fronte a nulla e la Huston non ha paura di apparire mostruosa anche perché infonde il carattere di un'umanità dolente che progressivamente ed inesorabilmente si prosciuga lasciando il posto ad un automa privo di ogni sentimento. L'azzeramento dell'umanità è elettrizzante e nel finale ghiaccia il sangue nelle vene: per fuggire col denaro, Lilly gioca al figlio un brutto tiro ed inscena l'ultimo inganno possibile. Ma gli dei non stanno a guardare. Roy muore in quello che è forse uno dei finali più paralizzanti degli ultimi trenta anni. Impressionante l'urlo muto di Lilly: accovacciata sul corpo del figlio, raccoglie tra i singhiozzi i soldi sporchi di sangue e fugge via "con la maschera deformata e rabbiosa di chi sta andando all'inferno". Una delle performance più grandi della storia del cinema.

Le candidate come best supporting actress furono:
Whoopi Goldberg: Ghost
Annette Bening: Rischiose Abitudini
Lorraine Bracco: Quei Bravi Ragazzi
Diane Ladd: Cuore selvaggio
Mary Mcdonnell: Balla coi lupi

Ancora non mi capacito del fatto che Shirley Maclaine non fu candidata per Cartoline dall'inferno. La Goldberg passò alla storia come la prima attrice afroamericana a ricevere l'Oscar, ma è difficile dimenticare sia la performance di Mary Mcdonnell, sia quella di Annette Bening nel suo primo ruolo importante: la sexy-gattina Myra con il cuore di ghiaccio, l'altra punta del perverso triangolo messo in scena da Frears in Rischiose Abitudini. Glamorous, sofisticata e sottilmente insinuante la Bening sfodera artigli da primadonna e avrebbe meritato di vincere.

Per gli uomini non c'era storia: Jeremy Irons vinse per Il Mistero Von Bulow, performance eccellente, ma nulla a che vedere col tour de force fornito l'anno precedente nell'incredibile Inseparabili di David Cronenberg, film per il quale non era nemmeno stato candidato. Nel ruolo dei due gemelli ginecologi Irons fu memorabile e l'Academy non poteva non sentirsi in colpa.



Gli altri candidati erano Kevin Costner, Robert de Niro (Risvegli), Gerard Depardieu (Cyrano) e Richard Harris (The Field). Personalmente avrei inserito fra i candidati anche Johnny Depp (Edward mani di forbice).
Quanto ai non protagonisti, onore a Joe Pesci per Quei Bravi Ragazzi. Il capolavoro di Martin Scorsese avrebbe meritato maggiori riconoscimenti ma il regista italoamericano avrebbe dovuto aspettare altri sedici anni per vincere. Altri candidati furono Al Pacino per Dick Tracy e Andy Garcia per Il Padrino Parte III.

lunedì 9 novembre 2009

I miei Oscar: gli anni '80


Se la memoria non mi inganna mi sono innamorato del cinema il 26 dicembre del 1988, giorno in cui i miei genitori mi portarono a vedere "Chi ha incastrato Roger Rabbit?". Non era la mia prima volta: avevo già visto al cinema una riedizione del classico Disney La carica dei 101 e un altro film di animazione, Brisby e il segreto di Nimh. Il film di Robert Zemeckis fu tuttavia una folgorazione: non certo per la trama, che faticavo a seguire, né per gli effetti speciali o per la commistione di animazione e live action. Ciò che mi colpì fu l'ambientazione losangelina anni '40, le atmosfere torbide e "noir" e, naturalmente, la figura mozzafiato di Jessica Rabbit. Non ci avevo mai pensato prima d'ora ma credo di dover far risalire la mia passione per le attrici proprio all'ironia e alla sensualità di un... disegno animato! Jessica Rabbit era in buona compagnia: Crudelia de Mon, Grimilde, Malefica, Medusa e le altre cattive Disney componevano già il mio personale immaginario divistico. Lascio al mio psicanalista il compito di indagare sulle profonde ragioni di una simile quanto prematura venerazione verso immagini femminili così potenti ed espressive.

Il secondo atto del mio amore per il cinema è indissolubilmente legato allo scoppio di una febbre dalla quale non sono più guarito: la febbre da oscar (o oscaromania) mi ha contagiato nella primavera del 1992, anno dell'incredibile quanto inaspettato trionfo de Il silenzio degli innocenti, un film che ancora oggi occupa un posto di assoluto riguardo nella classifica dei miei titoli intoccabili.


Il trionfo del film di Jonathan Demme combaciava con l'ascesa nel mio cuore di Jodie Foster, per qualche anno al primo posto tra le mie attrici preferite. L'Oscar come migliore attrice la rendeva ai miei occhi maggiormente degna di amore rispetto a Julia Roberts, che dovette scendere al secondo posto. E quando seppi che aveva già vinto un altro Oscar nel 1988, non avevo più alcun dubbio: era la migliore e la sua immagine alternativa e antidivistica me la rendeva ancora più simpatica e "vicina". Da Julia Roberts a Jodie Foster alla Catwoman di Michelle Pfeiffer il passo fu brevissimo. Ma andiamo con ordine.

Parliamo di Oscar e di anni '80. Non ho visto molte delle performance che hanno segnato la storia del cinema e degli Oscar in quegli anni, tuttavia il decennio fu dominato da un'unica vera regina, Meryl Streep. In misura leggermente minore, gli altri nomi che ricorrevano con notevole frequenza agli Oscar erano quelli di Jessica Lange, Sissy Spacek e Glenn Close. E due vere star da botteghino erano Kathleen Turner e Sigourney Weaver.

Un anno incredibile fu il 1982: vinse meritatamente Meryl Streep per La scelta di Sophie, ma erano candidate anche Julie Andrews per il pazzesco e vertiginoso tour de force di Victor Victoria e soprattutto Jessica Lange per Frances. Ho visto il film di recente e la Lange è davvero straziante, talmente dentro la parte da risultare insostenibile. Senza dubbio l'interpretazione della sua vita. Il premio come non protagonista per Tootsie lo stesso anno, valeva anche per Frances.

Se l'Oscar nel 1983 a Shirley Mclaine per Voglia di tenerezza fu quasi un atto dovuto ad una leggenda che da quasi 30 anni illuminava gli schermi con autoironia e straordinaria versatilità, non posso commentare le vittorie successive di Sally Field (Le stagioni del cuore, 1984), Geraldine Page (In viaggio verso Bountiful, 1985) e Marlee Matlin (Figli di un dio minore, 1986) per il semplice fatto che non ho visto i film né quelli delle altre attrici candidate.

Un discorso a parte meritano gli anni successivi, il 1987 e il 1988. Le vincitrici furono rispettivamente Cher per Stregata dalla luna e Jodie Foster per Sotto Accusa.
1987 Best Actress nominees
Cher: Stregata dalla luna
Glenn Close: Attrazione fatale
Holly Hunter: Dentro la notizia
Sally Kirkland: Anna
Meryl Streep: Ironweed

Al posto della Kirkland avrei candidato Barbra Streisand per Pazza. E quell'anno ebbe un grande successo anche Diane Keaton con Baby Boom.

1988 Best Actress nominees
Glenn Close: Le relazioni pericolose
Jodie Foster: Sotto accusa
Melanie Griffith: Una donna in carriera
Meryl Streep: Un grido nella notte
Sigourney Weaver: Gorilla nella nebbia
Come ho già discusso in un post precedente, un anno davvero meraviglioso. Melanie Griffith è l'unica leggermente fuori posto, ma il film di Mike Nichols fu un enorme successo commerciale e fu evidentemente preferito all'indipendente Bull Durham. Susan Sarandon fu la grande snobbata dell'anno, ma altre celebri assenze furono Jamie Lee Curtis (Un pesce di nome Wanda), Shirley McLaine (Madame Sousatzka) e Michelle Pfeiffer (Una vedova allegra ma non troppo), tutte nominate ai golden globes.


Ebbene, senza nulla togliere a Cher e soprattutto a Jodie Foster (davvero toccante nel film di Kaplan) ritengo che Glenn Close avrebbe dovuto vincere consecutivamente nel 1987 e nel 1988 per i ruoli di Alex Forrest e della Marchesa de Merteuil. Potente come una lama in entrambi i film e in modi diametralmente opposti. Probabilmente nessuno poteva immaginare che sarebbero state le sue ultime candidature e che di lì a poco la Close, a parte le eccellenti prove ne La carica dei 101 (1996) e La fortuna di Cookie (1999), avrebbe avuto maggior fortuna proseguendo la sua carriera in teatro e in televisione.

Nel 1988 l'Oscar come migliore non protagonista andò a Geena Davis per Turista per caso. Le altre candidate erano:
Joan Cusack: Una donna in carriera
Frances McDormand: Mississipi Burning
Michelle Pfeiffer: Le relazioni pericolose
Sigourney Weaver: Una donna in carriera
La mia scelta sarebbe caduta sulla perfida Weaver nel film di Mike Nichols.

Anche il 1989 fu un anno spinoso. Vinse Jessica Tandy per A spasso con Daisy, ma tutti i premi delle associazioni di critici americani erano andati a Michelle Pfeiffer, sublime, sboccata, malinconica Susie Diamond ne I Favolosi Baker. Chissà perché l'Academy é quasi sempre cieca di fronte alle performance migliori. Il tempo ha avuto ragione: la Pfeiffer che canta Makin' Whoopee distesa sul pianoforte è entrata nella storia del cinema, accanto alle grandi torch singer del passato, Rita Hayworth e Marilyn Monroe.

1989 Best Actress nominees
Isabelle Adjani: Camille Claudel
Pauline Collins: Shirley Valentine
Jessica Lange: Music Box
Michelle Pfeiffer: I Favolosi Baker
Jessica Tandy: A spasso con Daisy

Nominate ai golden globes e snobbate dalle candidature agli Oscar furono Sally Field (Fiori d'acciaio), Andie Mcdowell (Sesso, bugie e videotape), Meryl Streep (She-Devil), Kathleen Turner (La guerra dei Roses), e Meg Ryan (Harry ti presento Sally). Personalmente avrei tolto l'Adjani e la Collins in favore di Kathleen Turner e Sally Field. Nessun dubbio sulla vincitrice: Michelle Pfeiffer.


Come Best Supporting Actress nel 1989 vinse Brenda Fricker, madre coraggio ne Il mio piede sinistro, ma Julia Roberts si rivelava già un'attrice di razza ancor prima che una diva di prima grandezza in Fiori d'acciaio ed avrebbe meritato un riconoscimento.

Per quanto riguarda i maschietti, un discorso relativo agli anni '80 è ancora più difficile e mi propongo di approfondire con gli anni la questione andando a recuperare i film che non ho ancora visto. Scorrendo la lista degli sconfitti, che è quasi sempre più interessante di quella dei vincitori, i casi più eclatanti mi sembrano i seguenti:
1981: Burt Lancaster per Atlantic City (vinse Henry Fonda per Sul lago dorato)
1982: Dustin Hoffman per Tootsie (vinse Ben Kingsley per Gandhi)

Dal prossimo post si passa al 1990, anno per anno. Buon divertimento!

domenica 8 novembre 2009

Questione di Oscar


Vincere un oscar non è mai qualcosa che ha a che fare solo ed esclusivamente con l’eccezionalità della performance: molti fattori sono in gioco anche più importanti e decisivi. Innanzi tutto dipende dal successo del film, sia di pubblico che di critica; da quanto gli studios investono in pubblicità per promuovere il film e supportare in modo adeguato le performance; da quanto l’interprete sa stare al gioco, presenziando agli eventi di gala, alla promozione del film, rilasciando interviste, insomma facendosi vedere il più possibile nel corso dell’awards season, la stagione che inizia in autunno con l’uscita degli eventuali concorrenti agli oscar e termina ad inizio marzo con la cerimonia di consegna.
In tutto questo tourbillon è evidente quanto il valore delle performance passi spesso in secondo piano. Vincere un oscar non significa affatto essere in assoluto il migliore dell’anno.
Si può vincere per ragioni politiche: Halle Berry per Monster’s Ball e Denzel Washington per Training Day vincono entrambi nel 2001, caso più unico che raro per attori afroamericani. Ovvio che non si trattò soltanto di una coincidenza. Oppure si può assegnare un oscar per onorare una carriera troppo a lungo sottovalutata o fino a quel momento poco riconosciuta: Jessica Tandy vince per A spasso con Daisy nel 1989 battendo la superfavorita Michelle Pfeiffer de I Favolosi Baker; Kim Basinger vince come non protagonista per L.A. Confidential sconfiggendo Julianne Moore in Boogie Nights nel 1997).

Se si scorrono le liste dei vincitori e quelle dei nominati nello stesso anno ci si rende conto di quante volte l’Academy abbia preso delle sviste colossali.
  • 1940: Ginger Rogers (Kitty Foel) vince irragionevolemente contro due interpretazioni storiche, Bette Davis in Ombre Malesi e Katharine Hepburn in Scandalo a Filadelfia.
  • 1950: Judy Holliday (Nata ieri) vince su Bette Davis (Eva contro Eva) ed addirittura su Gloria Swanson (Viale del tramonto)
  • 1987: Cher (Stregata dalla luna) vince sulla terrificante Glenn Close (Attrazione fatale)
  • 1998: Gwyneth Paltrow (Shakespeare in Love ) viene inspiegabilmente giudicata superiore a Cate Blanchett (Elizabeth)

E ci sono esempi di performance eccellenti che non figurano nemmeno nella cinquina delle candidature. Il 1995 fu ad esempio un’annata strepitosa per le attrici: Susan Sarandon (la vincitrice per Dead Man Walking), Elizabeth Shue (Via da Las Vegas), Sharon Stone (Casino), Meryl Streep (I ponti di Madison County) ed Emma Thompson (Ragione e sentimento) erano le nominate. Ma quell’anno avrebbero meritato una chance anche Jennifer Jason Leigh (Georgia) e soprattutto le stelle nascenti Julianne Moore e Nicole Kidman che con Safe e Da morire regalarono due performance eccezionali, in anticipo sui tempi, oggi celebrate e studiate come pietre miliari delle loro carriere (e non solo).

Ci sono infine anni in cui la cinquina di candidati è piena di possibili vincitori a pari merito, ma l’oscar finisce quasi sempre nelle mani sbagliate, se si guarda in prospettiva: nel 1988 le candidate erano Melanie Griffith (Una donna in carriera), Sigourney Weaver (Gorilla nella nebbia), Glenn Close (Le relazioni pericolose), Meryl Streep (Un grido nella notte) e Jodie Foster (Sotto accusa). Non solo manca la strepitosa Susan Sarandon di Bull Durham, in assoluto uno dei suoi ruoli migliori, ma Jodie Foster, comunque pregevole, vince su quella che oggi è considerata una delle performance migliori del decennio, Glenn Close nel film di Frears.
Detto questo, e considerato che gli oscar sono comunque un gioco tutto americano in cui attori di lingua non inglese fanno capolino molto, molto raramente (che dire del 2002 in cui l’Academy ha completamente ignorato la prova di Isabelle Huppert ne La pianista di Haneke?), ritengo che se vogliamo usare i premi oscar come metro del valore di un interprete, bisogna basarsi sul numero di candidature collezionate piuttosto che sul numero di premi vinti. Per questo motivo la mia lista Best Actress (vedi post precedente) faceva riferimento al numero di candidature complessive, partendo da un minimo di 5.

Quella che segue invece è la lista delle attrici con un maggior numero di oscar vinti: partendo da un minimo di due ho dato maggior peso all’oscar come migliore attrice (lead) rispetto a quello come migliore attrice non protagonista (supporting).

4 oscar lead
Katharine Hepburn (12 nom)

3 oscar (2 lead e 1 supporting)
Ingrid Bergman (7 nom)

2 oscar lead
Bette Davis (10 nom), Jane Fonda (7 nom), Olivia de Havilland (5 nom), Elizabeth Taylor (5 nom), Glenda Jackson (4 nom), Jodie Foster (4 nom), Louise Rainer (2 nom), Vivien Leigh (2 nom), Sally Field (2 nom), Hilary Swank (2 nom)

2 oscar (1 lead e 1 supporting):
Meryl Streep (15 nom), Jessica Lange (6 nom), Maggie Smith (6 nom), Helen Hays (2 nom)

2 oscar come supporting:
Shelley Winters (4 nom, 1 lead e 3 supporting), Dianne Wiest (3 nom supporting).

Dalla prossima settimana intendo ripercorrere gli ultimi 20 anni della storia dell’oscar nella categorie best actress e best supporting actress, discutendo sugli effettivi vincitori ed indicando di vota in volta chi avrei ritenuto più meritevole. Stay tuned!