Visualizzazione post con etichetta pop music. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pop music. Mostra tutti i post

domenica 30 maggio 2010

Fumbling Towards Illusion


"Companion to our demons
They will dance, and we will play
With chairs, candles and cloth
making darkness in the day
It will be easy to look in or out
upstream or down without a thought.


And if I shed a tear I won't cage it
I want fear love
And if I feel the rage I won't deny it
I won't fear love"

Da Fumbling Towards Ecstasy (1994) di Sarah Mclachlan.
Countdown per l'uscita del nuovo cd Laws of Illusion il 15 giugno. Il primo brano in scaletta è Awakenings. Seguono titoli come Illusion of Bliss, Loving you is easy (il primo singolo, bellissimo) Forgiveness, Rivers of Love, Love Come. Un concept album sulla madre di tutte le illusioni, l'amore, con le sue leggi crudeli e inappellabili? E cos'è in fondo l'amore se non un'illusione di (cieca) beatitudine che al risveglio lascia sconforto, delusione e la feroce consapevolezza di non poterne fare a meno e di volerne, nonostante tutto, ancora e di più? Lunga vita ad artisti come Sarah Mclachlan, capaci di mettere in musica emozioni autentiche. Can't wait to listen to this album.

mercoledì 5 maggio 2010

Christina Aguilera: not herself tonight?


Furoreggia su youtube già da un po' il video del nuovo singolo di Christina Aguilera "Not Myself Tonight", ghiotta anticipazione del cd Bionic in uscita a giugno. A quattro anni dal retro-jazz del doppio album Back To Basics (il secondo cd era davvero un capolavoro, con perle come "Candyman", "Hurt", "I Got Trouble", "Mercy On Me"), Christina torna al pop danzereccio (un po' tamarro ma indubbiamente catchy) ed all'immagine da dirrrrty girl che aveva già ampiamente sfruttato per Stripped. Nel video fa il verso alla Lady GaGa di "Bad Romance" e cita quasi alla lettera "Human Nature" e "Express Youself" di Madonna. Essendo il titolo del brano "Not Myself Tonight" ci sta pure che Christina imiti le sue colleghe e peschi da loro "nuove" suggestioni (che nuove non sono affatto). Ma non afferro il punto: il tono non è quello dell'omaggio, della parodia o della reinterpretazione, ma quello di chi si prende troppo sul serio e porta all'eccesso (senza inventare nulla) una modalità di rappresentazione della sessualità (sia omo che straight) apertamente provocatoria. Una strategia che Madonna aveva inaugurato 20 anni fa. Ma a fine anni '80, in pieno panico da contagio HIV, l'immagine sessuale liberata di Madonna poteva avere senso e suonare sinceramente trasgressiva. Adesso di fronte a questi eccessi porno-soft o sadomaso-chic non si sconvolge più nessuno. Seguendo le orme di Lady GaGa, Christina appesantisce la sua immagine ricorrendo ad un coté più dark-freak, ma tutto finisce col sembrare il capriccio di una ragazzina viziata con solo una cosa nella testa.

Meglio, molto meglio Christina nelle vesti di vocalist soul, almeno quando non esagera in insopportabili virtuosismi vocali. Qualcosa mi dice che nella direzione dance dell'album e nelle scelte del video ci sia lo zampino della casa discografica, decisa a marciare sul trend GaGa. In teoria la Aguilera ha una fortissima personalità musicale: sarebbe umiliante se le avessero imposto una serie di scelte solo per sfruttare un filone economicamente proficuo (The Fame di Lady GaGa è ai primi posti delle charts americane da 78 settimane!!!). Christina ha avuto 4 anni per preparare il nuovo album e, ad ogni modo, il suo ritorno dovrà spakkare. Non resta che aspettare il 4 giugno per ascoltare le nuove canzoni.

martedì 30 marzo 2010

Le leggi di Sarah


Non preoccupatevi. Non ho intenzione di cambiare il nome del mio blog in Best Singer Confidential, ma in questi giorni sono perdutamente music-addicted. E dopo Barbra Streisand e Lady GaGa (e Tori Amos ed Annie Lennox nei mesi scorsi) non potevo non postare due righe sulla mia icona musicale per eccellenza. Non sto parlando di Madonna, né di Rufus Wainwright o Anthony. Ma di Sarah Mclachlan, cantautrice canadese dal timbro vocale prezioso ed inconfondibile e dalla straordinaria vena melodica, diventata famosa alla fine degli anni '90 con brani come Angel (dal soudtrack di City of Angels), Adia e I will remember you.


Un talento raro e poco prolifico: in 20 anni di carriera solo 5 album in studio, cui bisogna aggiungere però 2 album live, ep, remix, raccolte di b-sides, cover, collaborazioni varie ed un bellissimo cd natalizio, Wintersong, del 2006. L'esordio è datato 1988 con l'etereo e vaporoso Touch, in cui una Mclachlan appena ventenne cerca di costruirsi un'immagine da raffinata chanteuse pop sulle orme di Kate Bush. L'album è acerbo e ripetitivo negli arrangiamenti (quasi sempre dominati da tastiere e percussioni) ma Out of the shadows, Vox e l'elegia funebre Ben's Song sono suggestive e rivelano una voce affascinante, capace di voli raffinatissimi nel registro di testa. Segue il misterioso, oscuro e malinconico Solace (1991), in cui inizia a predominare la componente folk acustica. The path of thorns e Into the fire (brano molto alla Sinead O' Connor) restano le canzoni più famose, ma Black ha una ossessiva costruzione circolare che toglie il fiato. La linea melodica è umorale, sincera ed intimistica, mai disgiunta dal significato del testo, e la voce morbida, delicata, calda ed ombrosa domina dall'inizio alla fine come il canto triste di una sirena seducente e compassionevole.


Il successo arriva con l'album successivo, ad oggi il suo migliore, Fumbling Towards Ecstasy (1994), ipnotico, sfaccettato e scintillante, in cui alla componente acustica si affianca una dimensione soft-rock elettronica in efficace contrasto con la vocalità vellutata della Mclachlan. Cifra stilistica della voce diventano i vertiginosi scivolamenti dal registro di petto a quello di testa mentre gli arrangiamenti del produttore Pierre Marchand puntano a creare un landscape musicale interiore tortuoso, teso e sottilmente inquietante. Se la voce accarezza e conforta, il pavimento sonoro è affilato come un rasoio e le melodie, mai banali, pescano nel fondo dell'anima ed illuminano senza paura zone oscure e ferite lancinanti. Elettrizzanti Possession e Fear, struggente Elsewhere, devastante Hold on (una della canzoni più belle che siano mai state scritte sull'aids), gotica Ice, dolcissima Good enough, mistica e liberatoria la title-track.


La consacrazione avviene nel 1998, con il Lilith Tour e l'album Surfacing, 8 milioni di copie vendute nel mondo e 2 grammy awards: una sofisticata raccolta di canzoni scritte in punta di penna e degna di Blue, l'album-capolavoro di Joni Mitchell, forse il punto più alto del songwriting confessionale americano. Asciutta, intensa ed ispirata la Mclachlan distilla due perle radiofoniche soft rock come Building a mistery e Sweet Surrender, la catartica, meravigliosa ballata per chitarra e piano Adia (la canzone della mia vita...) e la sublime Angel, un pezzo al pianoforte di siderale lirismo ormai entrato nella storia della musica. Il panorama musicale tratteggiato da Surfacing è come il quadro impressionista di un cielo nuvoloso che si sta rischiarando, qua e là (ancora) squarciato da improvvise, tempestose chitarre elettriche. Prevalgono le tonalità pastello con venature cupe e malinconiche e la ricerca della "bellezza nella tristezza" si afferma come canone estetico fondamentale.


A sette anni di distanza dall'ultimo album in studio Afterglow del 2003, molto simile a Surfacing per struttura ed ispirazione e degno di nota soprattutto per i brani di apertura e chiusura, Fallen e Dirty Little Secret, la Mclachlan ha annunciato la pubblicazione di un nuovo cd di materiale inedito, The Laws of Illusions, prevista per il prossimo 15 giugno, cui seguirà la ripresa del Lilith Tour.

Per chi voglia accostarsi alla sua musica per la prima volta, nel 2008 è uscita la raccolta Closer contenente anche due inediti molto belli, U want me 2 e Don't give up on us. Non fermatevi al primo ascolto. Se sentite riecheggiare Dido state certi che è quest'ultima ad aver copiato tutto. La musica e la voce di Sarah entrano sotto pelle lentamente, in punta di piedi. Sembra che chiedano il permesso. Ma vale la pena di farli entrare. Una volta dentro, sono un tesoro inestimabile.

GaGa. This Lady rocks


Ma avete visto il nuovo video di Lady GaGa Telephone featuring Beyoncé? 9 minuti e 30 di sublime trash-pop colorato, irriverente e di raffinatissimo cattivo gusto orchestrato da quel geniaccio di Jonas Akerland. Gustosissima la citazione nel finale a Thelma&Louise con GaGa e Beyoncé velenose assassine dei rispettivi amanti che fuggono in auto mascherate da irresistibili vedove gangster. Telephone prosegue la storia dell'altro incredibile video di Lady GaGa, Paparazzi, sempre diretto da Akerlund. Assieme a Bad Romance, il singolo che ha fatto da battistrada alla riedizione del suo cd The Fame Monster, sono i tre brani in rotazione continua nel mio ipod durante il footing pomeridiano. Ferdi GaGa?


E pensare che fino a poco tempo fa giudicavo snobisticamente questo fenomeno come uno dei soliti prodotti costruiti a tavolino dall'industria discografica per vendere musica di plastica. Ma la ragazza sa cantare. In genere si pensa che chi gioca così tanto con la propria immagine lo faccia per sopperire alla carenze artistiche. Ma non è questo il caso: la combinazione di talento ed immagine (quanto sincera ed autentica sarà il tempo a dirlo) nel fenomeno Lady GaGa ha un che di esplosivo e sorprendente.


Non si può certo dire che la ragazza non faccia spettacolo, frullando suggestioni da Madonna (nel trasformismo e negli espliciti riferimenti sessuali) e da un Marylin Manson addomesticato (nell'estetica freak ironicamente disturbante), mentre dichiara apertamente che tra le sue fonti di ispirazione ci sono anche David Bowie e i Queen. Vocalmente è un mix tra Christina Aguilera e Gwen Stefani, ma senza gli eccessivi virtuosismi della prima e con molte più carte da giocare della seconda. Sentitela cantare dal vivo: che siano performance acustiche al pianoforte delle sue hit (Poker Face acustica è di gran lunga superiore alla versione dance, un divertissement da applausi; Speechless è una ballad stupenda ed anche Paparazzi, che resta forse il suo brano migliore, è ancora più drammatica ed inquietante) o esibizioni live con tanto di orchestra e coreografie da musical, Lady GaGa divora il palcoscenico e canta in maniera (spesso) sensazionale.


Al pianoforte sembra di rivedere una Tori Amos aggressiva, teatrale e sensuale, ma con molta più voce ed un talento musicale ugualmente straordinario. E sulla scena ha l'energia di una Madonna con molti anni in meno. Ma qual'è la vera Stephanie Germanotta alias Lady GaGa? La brillante ragazza al piano o la scatenata performer che fa di tutto per scioccare il pubblico con i suoi allestimenti eccessivi e i suoi travestimenti deliranti?



Lo capiremo nelle prossime trasformazioni. Per adesso non si può certo dire che non abbia fatto centro. Che l'immagine/confezione sia stata imposta e studiata dalla casa discografica per trovare un modo per rendere vendibile la sua non proverbiale bellezza (anche se Stephanie è molto più carina di come appare conciata nei video) o sia tutto farina del suo sacco per adesso poco importa. Lasciamo che Lady GaGa continui ad intrattenerci e a stupirci. Gli artisti esistono per questo.

venerdì 26 marzo 2010

Barbra Streisand, playlist d'amore


Da tre giorni domina incontrastata la mia playlist sull'ipod. Preoccupante mood nostalgico? Di certo il mio ritorno di fiamma per una delle icone assolute della musica e del cinema americano è dovuto ad un'urgenza emotiva: entrare in contatto anche solo per una manciata di minuti (giusto il tempo di una canzone) con la pienezza della vita. Farne esperienza, consumarla. E ricominciare daccapo, goderne di nuovo la bellezza nel suo insieme traboccante di senso. La voce della Streisand, con il suo calore, la sua corposità, la purezza del fraseggio, il filo di voce inarrivabile e le strazianti aperture in belt, ti accompagna in questo viaggio e non ti lascia più. Un viaggio profondo che parte da dentro per poi aprirsi all'esterno con gioia infinita. La sua voce è il viaggio. E' la vita.



The way we were (Come eravamo) è non solo uno dei film del cuore del mio caro amico Jo, ma anche il titolo di una delle canzoni più belle che siano mai state scritte. Ed è naturalmente la potenza espressiva della Streisand che la rende così speciale, nostalgica e struggente. Assieme a Papa can you hear me? dal film Yentl è probabilmente la sua più grande performance vocale. Chiunque veda in questi giorni in metropolitana o per le strade di Roma un deficiente con le cuffie nelle orecchie, l'espressione in equilibrio tra estasi, beatitudine e tormento e gli occhi gonfi di pianto, ebbene quello sono io con la voce della Streisand nel cervello. Meglio di qualsiasi droga.


Subito dopo la straziante preghiera ebraica di Yentl a lume di candela, la playlist impone una sterzata di ritmo e si colora di moderna sensualità pop anni '80 con A woman in love. Ed ecco che il deficiente nerd di prima vince ogni pudore e si mette irrimediabilmente a cantare a squarciagola ovunque si trovi: al supermercato, sulle scale di casa o per le strade che sembrano deserte ma potrebbero nascondere sostenitori di Forza Nuova. Con tutti i rischi che ne conseguono.


Ma con la sensazione della Vita che dalla testa ti attraversa il corpo e riesce ad infonderti almeno un po' della sua energia e della sua forza cosa ha davvero importanza? Nulla, tranne l'amore. Lo dice anche Madonna (Nothing really matters, love is all we need), quindi bisogna crederle.

Per la cronoca dopo la Streisand seguono in playlist One Night Only di Jennifer Hudson e Listen di Beyoncé dal soundtrack di Dreamgirls. Chi non piange a sentire questi pezzi è una pietra. Si conclude con l'immancabile My heart will go on. Sarà mica che mi sono innamorato?

venerdì 16 ottobre 2009

"I was lost until you came" (Annie Lennox)


"Please take these lips
Even if I have been kissed
A million times"
(Stay by me)

"For I am just a troubled soul
Who's weighted... weighted to the ground
Give me the strength to carry on
till I can lay this burden down"
(Little Bird)

"It takes strenght to live this way
the same old madness every day
I wanna kick these blues away
I wanna learn to live again"
(Dark road)

Annie Lennox è un mito. Il termine mito è ormai troppo spesso abusato ma nel caso di Annie Lennox non può esserci definizione più azzeccata. Musicista di successo (ha venduto milioni di dischi, prima con gli Eurythmics e poi da solista), cantante dalle doti tecniche ed espressive stratosferiche (è stata definita the greatest white soul singer alive), icona della cultura pop adorata dalla comunità LGBT per la potente presenza scenica e l'immagine trasgressiva, infine attivista politica impegnata in Africa nella campagna contro l'AIDS.

Ma fermiamoci alla musica, anche se nel caso della Lennox (in questo pari solo a Madonna) è difficile separarla dall'immagine dei suoi video: un'immagine ipercostruita, teatrale, di grandissima suggestione ed eleganza, che gioca in modo raffinato, provocatorio e geniale con i temi della sessualità e dell'androginia. Un'immagine per la quale occorrerebbe un post a parte, un'analisi accurata, finanche un vero e proprio studio accademico (si vedano ad esempio i video di Little bird e No more I love you's, dei veri gioielli di sofisticato umorismo oltre che figurativamente splendidi). Da Diva (1992) che segna il suo esordio come solista, alla raccolta di greatest hits uscita questa primavera Annie Lennox ha centellinato la propria produzione discografica: solo altri due album di materiale inedito, Bare (2003) e Songs of mass distruction (2007) e un album di cover (Medusa, 1995). Oltre alle splendide partecipazioni alle colonne sonore del film Bram Stoker's Dracula (la struggente Love song for a vampire) e de Il signore degli anelli: Il ritorno del re (Into the west). La rarità delle apparizioni e delle uscite discografiche ha amplificato negli anni il valore intrinseco e la preziosità del prodotto musicale della Lennox, diffondendo la sua figura di un'aura mitologica, reverenziale, quasi sacrale di cui pochi altri cantanti pop contemporanei possono vantarsi (forse solo Bono degli U2 e la signora Ciccone).

A differenza di Madonna però, Annie Lennox ha dalla sua un talento vocale strepitoso. Alla base del fenomeno c'è quindi innanzitutto la voce: un timbro di contralto lirico inconfondibile ugualmente capace di virtuosisimi alla Whitney Houston nel soul (Precious), di graffiare nel rock (Love is blind, Smithereens), di scatenarsi nel pop (Sweat dreams, Little bird), di commuovere fino alle lacrime nelle ballads (Why, Cold, Stay by me, A thousand beautiful things, Dark road), di divertirsi (e far divertire) col musical-cabaret (la sublime Keep young and beautiful che chiude l'album Diva), infine di sorprendere per fedeltà ed introspezione nelle reinterpretazioni dei classici (dal jazz di Ev'ry time we say goodbye del grande Cole Porter al rock di Halleluja di Jeff Buckley). L'abilità tecnica indiscutibile è risultato di studi classici e si vede (anzi, si sente) come il passaggio dal registro di petto al registro alto (di testa) è gestito con una voce mista di grande spessore e potenza, molto difficile da conquistare e assolutamente elettrizzante per chi ascolta. La tecnica, caso oggi più unico che raro, non è mai però mero sfoggio di bravura o gratuita esibizione virtuosistica (Mariah, Christina e tutte le vostre seguaci fatte con lo stampino, parlo a voi) ma è semplicemente lo strumento attraverso cui l'emozione e l'urgenza comunicativa hanno modo di esprimersi al meglio, facendo arrivare il messaggio in modo più diretto e al tempo stesso spettacolare. Il risultato è eccellente. Annie Lennox andrebbe studiata in tutte le scuole di canto. Ci vorrebbe un decreto ministeriale.

Nel frattempo ringrazio dal profondo del cuore quel mio amico che un anno fa mi ha fatto ascoltare Dark Road e A thousand beautiful things e mi ha fatto ricordare quanto andassi pazzo per Annie Lennox e per la sua Precious nell'estate del 1992 alla tenera età di 13 anni. Ebbene sì, avevo già gusti molto molto sofisticati.

mercoledì 30 settembre 2009

Abnormally Attracted to Tori Amos

Pur essendo Best-Actress-Confidential un neo-blog sulle attrici hollywoodiane, sulle star e sui premi oscar, non posso certo prescindere dall'altra mCorsivoia grande passione, la musica. Una passione, anzi, un'altra magnifica ossessione che, se devo restringere il campo al pop d'autore, è incarnata da due star che venero da anni in maniera radicale e incondizionata: Sarah McLachlan e Tori Amos.




Quest'ultima è molto famosa in Italia almeno per un brano, Cornflake girl, che spopolò nell'estate del 1994. L'album era Under the pink (il suo secondo, dopo il sorprendente esordio di Little Earthquakes del 1992, per molti ancora insuperato) e raggiunse 2 milioni di copie, un traguardo ragguardevolissimo per un lavoro complesso e minimalista al tempo stesso (ballate per solo piano e voce alternate a brani con venature rock quasi sperimentale). Da allora Tori Amos, pur non riuscendo ad eguagliare il successo commerciale dei primi lavori, si è ritagliata un posto nel pantheon dei grandi della popular music come regina indiscussa del pop d'autore "a tinte forti" o, se vogliamo , sperimentale, ed è riuscita a conquistare uno stuolo di fan fedelissimi.

Da Boys for Pele (1996), oscuro, labirintico e cerebrale, all'ultimo lavoro Abnormally Attracted to sin (2009), elettronico, sexy e acquatico, Tori Amos non ha smesso di stupire e di reinventare la propria musica, sempre accompagnata dal suo inseparabile pianoforte, dimostrando una vena creativa quasi inesauribile. Certo, qualche cedimento nell'arco di 20 anni di carriera c'è stato, ma anche negli ultimi lavori, spesso criticati per l'eccessiva lunghezza, la prolissità e la mania di grandeur, si possono trovare delle gemme inarrivabili per fusione di testo, melodia e ritmo: si pensi a brani come A sorta fairytale (da Scarlet's walk, 2002), Marys of the sea, Toast, The power of orange Knickers (da The Beekeeper, 2005), la struggente Girl disappearing e la torbida Smokey Joe (da American Doll Posse, 2007) fino a That Guy, teatrale e drammatica e Flavor, sospesa e ipnotica, tratte dall'ultimo cd.

Nessuno riesce a creare in maniera così palpabile atmosfere quasi cinematografiche, o a cambiare timbro e trovare sfumature vocali differenti in base al racconto e alla storia che si vuole comunicare. Forse, se dovessi scegliere in una produzione tanto torrenziale (non bisogna dimenticare anche la raccolta di 5 cd A piano: the collection, che unisce nuove versioni dei vecchi successi, demo e b-sides), il capolavoro, il punto più alto della carriera della Amos potrebbe essere From the choirgirl hotel (1998): 12 brani che si ascoltano senza prender fiato, un viaggio indimenticabile e sconvolgente in un mondo intimo e notturno, accompagnati da una voce che dà i brividi, qui probabilmente al massimo delle sue capacità espressive (strepitosi i passaggi dalla voce piena, di petto, a quella di testa) in un miracoloso equilibrio tra volontà autoriale e grado di apertura "commerciale".

A due anni di distanza dall' American Posse Tour, Tori torna in Italia per due attesissime date, stasera all'Auditorium Parco della Musica a Roma e domani al Teatro Smeraldo a Milano. Chi avesse voglia di un tuffo nell'art-pop d'autore, non perda questa occasione. Un'unica raccomandazione: la musica di Tori Amos, così come il suo personaggio per molti aspetti controverso, o la si ama o la si odia. Non ci sono mezze misure. Ma se te ne innamori, vorresti non essere (mai più) salvato dalle acque che ti travolgeranno.