lunedì 18 gennaio 2010

Il gusto del bello in A Single Man


E' una gemma rara il debutto alla regia del fashion designer Tom Ford. Un film che vale tanto per i suoi innumerevoli pregi quanto per i difetti, primo fra tutti quell'eccesso di generosità tipico delle opere prime e dei lavori fin troppo sentiti e personali. Adattando il seminale romanzo gay di Christopher Isherwood del 1964, Ford realizza un melodramma luttuoso ed emozionante nei contenuti, quanto estetizzante e seducente nella forma. Non ha paura di rischiare e di eccedere in una continua ricerca del bello, dell'associazione poetica fra le immagini, dell'eleganza formale. Ma soprattutto si autoproduce e, libero da qualsiasi condizionamento dell'industria, il bel Tom realizza il film più gay che si sia mai visto sugli schermi negli ultimi anni. Ancor più di Brokeback Mountain: laddove il film di Ang Lee poggiava su una struttura classica, Ford aspira coraggiosamente al lirismo più sfrenato ed ingenuo. Con risultati commoventi.


Partendo da uno script di estrema compattezza e densità, A Single Man racconta una giornata come tante nella vita di George Falconer (Colin Firth), professore universitario inglese trapiantato a Los Angeles nel 1962. Ma in realtà non è un giorno come gli altri. Il suo compagno Jim (Matthew Goode) è morto da quasi un anno in un incidente stradale e George trascina da troppo tempo la sua esistenza come un'ombra, senza gioia e senza futuro. Ecco allora che si affaccia la decisione estrema: questo giorno sarà diverso, in questo giorno rimetterà le cose a posto e potrà finalmente ricongiungersi a Jim in un bacio eterno. L'incontro con Kenny (Nicholas Hoult), studente affascinato dalle sue lezioni sull'odio e sulla paura per le "minoranze invisibili", la cena con Charley (Julianne Moore) sua vecchia fiamma e grande amica che annega solitudine e frustrazione in una bottiglia di gin, le parole di Carlos (Jon Kortajarena), ragazzo che vende sé stesso in un parcheggio infuocato dal tramonto e gli dice che "anche le cose più terribili hanno una loro bellezza": sono stazioni di un viaggio lungo un giorno al termine del quale lui raggiungerà Jim. Incontri, contatti, momenti in cui stabilisce una connessione con qualcuno, un legame intimo e trascendentale che per un istante lo mette in relazione con la vita. E potrebbero farlo desistere dall'idea del suicidio (assente nel romanzo e perfettamente integrata nella narrazione come motivo di tensione sotterranea che percorre il film).


Checché ne dica Tom Ford sull'universalità dell'amore come tema centrale, A Single Man è un film apertamente gay. Ma non solo è gay per la storia che racconta: sono l'estetica ed il gusto dell'immagine ad essere totalmente queer. La spudorata adorazione della bellezza maschile, colta nei volti e nei corpi mozzafiato di Nicholas Hoult, Matthew Goode e Jon Kortajarena, e l'attrazione per l'iperfemminilità fascinosa e decadente di Julianne Moore, sono ricalcati su una modalità di rappresentazione che cita Andy Warhol e l'estetica glamour degli anni '60. Mentre le suggestioni cinematografiche pescano a piene mani da Hitchcok (citato nel manifesto di Psycho), Almodovar e soprattutto Wong Kar Wai (nell'uso contrappuntistico della musica).


Ma è il dettaglio emotivo (che sia il taglio di un occhio, la forma di un sorriso, il colore di una rosa o il profumo di un cane) su cui si ferma lo sguardo spento del protagonista e della cinepresa che crea tensione poetica. Sottolineati da un accompagnamento musicale ininterrotto e da un uso del colore che dalle tonalità grigie vibra su toni accesi e vivi nei momenti in cui il professor Falconer stabilisce un contatto e vede/sente la bellezza che lo circonda, questi dettagli/momenti sono esempio perfetto dell'approccio visivo estetizzante di Ford. Tuttavia, ripetendo più volte la stessa soluzione linguistica, il gioco perde forza e spessore. Cio' non toglie che il risultato sia estremamente bello da guardare, anche perché Ford riesce comunque a suggerire nella sovrabbondanza stilistica e nel gioco dei colori un'idea di progressione drammatica.


Anche l'incessante ricorso ad una musica struggente se da una parte rivela l'aspirazione di Ford all'opera lirica, dall'altra rischia sin dall'inizio di far annegare la narrazione in un maelstrom di tristezza in cui i violini finiscono col dominare le immagini. Tanto che in qualche momento si ha la sensazione di assistere ad uno stupendo videoclip in cui le immagini sono montate sulla musica e non viceversa.

Ma c'è un altro interessante motivo di tensione e contraddizione che serpeggia all'interno del film e gli regala una magnifica doppiezza: se da una parte il film è un'elegia sull'amore e sulla coppia omosessuale (e i flashback sulla relazione tra George e il suo compagno Jim sono di una tenerezza infinita), proprio nel momento in cui George non riesce ad elaborare il lutto e realizza di non voler più vivere da solo, ecco che il suo sguardo e le sue emozioni sono abbagliati e travolti da immagini di bellezza fisica, carnale, sensuale cui è difficile resistere. I tennisti a torso nudo che giocano al campus, gli occhi e le labbra di Kenny, il volto stupefacente di Carlos: troppo belli per essere veri, quasi usciti da un catalogo di moda. Ma tanta bellezza ha qui un valore strumentale, non è fine a sé stessa: queste immagini di erotismo maschile non rappresentano solo occasioni sessuali (e in quanto tali la cinepresa ci si attacca letteralmente, con desiderio quasi vampiristico) ma funzioni narrative di un viaggio attraverso cui George deve recuperare fiducia e speranza nelle possibilità della vita.


Lo stile visivo rigoglioso e solo in apparenza glamour (ma, come abbiamo visto, doppio, stratificato e significante) è tuttavia sostenuto da un nucleo emotivo saldo e vibrante che non perde mai di vista il personaggio centrale di George e non teme l'esplosione fiammeggiante del melo'. La scena dell'abbordaggio al parcheggio o quella della nuotata notturna sono momenti in cui Ford punta all'emozione pura, aiutato dalla partitura di Abel Korzeniowski e Shigeru Umebayashi. Le immagini del corpo nudo di Colin Firth che si muove sott'acqua, trascinato dalla corrente, sono una stupenda metafora del naufragio della sua esistenza e del suo desiderio di oblio. E ancora una volta è la bellezza scultorea del corpo maschile (inquadrato come una statua greca) che si dà allo sguardo come fulgido richiamo alla vita.


Nel cuore del film si colloca poi la strepitosa scena della cena con Charley: in una manciata di minuti Firth e Moore riescono a suggerire tutto il passato dei loro personaggi e danno vita ad un duetto memorabile, ricco di sfumature e livelli emotivi differenti, perfettamente modulato. La Charley di Julianne Moore è sempre ad un passo dall'abisso: ride, balla e naufraga nell'alcol per sopravvivere ad un'esistenza fallita e ad una bellezza che inesorabilmente sfiorisce. L'amore per George è quasi pari al disprezzo per l'omosessualità di lui e alla commiserazione che prova per sé stessa. C'è una tensione emotiva insostenibile nella frivolezza triste della sua performance. Davvero un ritratto in punta di pennello.


Quanto a Colin Firth, il merito della riuscita del film è anche suo. Un'interpretazione monumentale che domina ogni inquadratura del film con un equilibrio, un rigore ed un'intensità che merita l'applauso. E meriterebbe anche l'Oscar. E Matthew Goode è talmente bello, dolce e sexy da giustificare qualsiasi volontà suicida.


Distribuito in poche copie da venerdì scorso in contemporanea con Avatar e La prima cosa bella, A Single Man rischia di non trovare lo spazio che merita. Una collocazione più adeguata sarebbe
stata a cavallo delle candidature all'Oscar (che sicuramente verranno) o immediatamente dopo il Festival di Venezia, dove Colin Firth ha trionfato come miglior attore.

Voto: 8

I campioni del box office dominano i Golden Globes

2009, the year of Sandra (and Avatar, of course!)

Che dire? Avatar fa piazza pulita per quanto The Hurt Locker e Tra le nuvole godessero di un supporto critico maggiore, e l'hit estivo Una notte da leoni batte le commedie con Meryl Streep e 500 giorni insieme. CorsivoA parte il riconoscimento a Jeff Bridges (che mette finalmente una seria ipoteca sull'Oscar a quarant'anni dall'inizio della sua carriera), e quello a Meryl Streep (arrivata a quota 7 Golden Globes!), Sandra Bullock continua a coronare il suo incredibile anno fortunato e colleziona un altro premio dopo The Critics Choice Movie Award ricevuto venerdì. The Blind Side veleggia verso la cifra pazzesca di 230 milioni di dollari: è la prima volta che un film con il nome di un'attrice sopra il titolo (non d'azione e senza star maschili), raggiunge un risultato commerciale del genere. I media non faranno che puntare su di lei per l'Oscar: arrivati a questo punto della stagione, le performance non contano più, conta l'immagine ed il valore mediatico del personaggio. E Sandra è la ragazza più hot del momento. Sandra vs Meryl? Il bacio che le due dive si sono scambiate alla cerimonia dei BFCA non lascia dubbi su quale sia la vera sfida quest'anno.


Ma Meryl dovrebbe spuntarla per l'Oscar. Altrimenti ci sarebbe da organizzare una marcia di protesta su Hollywood. E che dire di Robert Downey Jr? Scelta molto glamour ma sembra che l'associazione dei critici stranieri abbia assegnato i propri premi scorrendo le classifiche degli incassi. Nessuna sorpresa invece per in non protagonisti Waltz e Mo'nique, anche se le previsioni puntavano su Woody Harrelson. Ecco la lista completa dei vincitori.

Miglior film drammatico: Avatar
Miglior regia: James Cameron, Avatar
Miglior commedia: Una notte da leoni

Attore in un film drammatico: Jeff Bridges, Crazy Heart
Attrice in un film drammatico: Sandra Bullock, The Blind Side
Attore in una commedia/musical: Robert Downey jr, Sherlock Holmes
Attrice in una commedia: Meryl Streep, Julie & Julia
Attore non protagonista: Christoph Waltz, Bastardi senza gloria
Attrice non protagonista: Mo'nique, Precious

Miglior film d'animazione: Up
Miglior film straniero: Il nastro bianco
Miglior sceneggiatura: Tra le nuvole
Miglior colonna sonora: Up
Miglior canzone: The Weary Kind, Crazy Heart

Miglior serie TV drammatica: Mad Men
Miglior performance femminile in una serie drammatica: Julianna Margulies, The Good Wife
Miglior performance maschile in una serie drammatica: Micheal C. Hall, Dexter
Miglior serie TV comedy/musical: Glee
Miglior performance femminile in una serie comedy/musical: Toni Collette, The United States of Tara
Miglior performance maschile in una serie comedy/musical: Alec Badwin, 30 Rock
Miglior miniserie TV: Grey Gardens
Miglior performance femminile in una miniserie: Drew Barrymore, Grey Gardens
Miglior performance maschile in una miniserie: Kevin Bacon, Taking Chance
Miglior attrice non protagonista in una serie, miniserie o film TV: Chloe Sevigny, Big Love
Miglior attore non protagonista in una serie, miniserie o film TV: John Lithgow, Dexter

Vedremo mai da noi The United States of Tara, Grey Gardens e Mad Men? Ai posteri l'ardua sentenza.

sabato 16 gennaio 2010

"Vedere" Avatar


"Vedere" Avatar è come aprire gli occhi per la prima volta. Tornare alla scena primaria. Recuperare la vista e la meraviglia della visione. Se l'esperienza cinematografica è sogno, mai sogno è stato più fisico e reale di questo. Un sogno ad occhi aperti. Sbarrati. Stupefatti. Avatar è il sogno del potere infinito del cinema che diventa realtà e si fa esperienza totale: visiva, percettiva, emotiva. Non vorresti riaprire gli occhi alla fine del fim (alla fine del sogno), ma tuffarti di nuovo nel fantasmagorico mondo creato da James Cameron e tornare su Pandora. Magari per sempre.

"Io ti vedo"

Il cinema di Cameron è l'unico che recuperi la funzione dello spettacolo come rito collettivo richiamando, oggi come dodici anni fa per Titanic, folle oceaniche a riempire le sale. E ridà allo spettacolo (e all'esperienza spettatoriale) quel valore catartico e liberatorio che aveva il teatro (e l'arte in generale) per gli antichi greci.


Assistere ad una proiezione di Avatar è anche questo: fare esperienza di una visione collettiva, una comunità che insieme esperisce una rappresentazione in cui vede riflessi i propri sogni, le proprie paure e le proprie emozioni. I propri miti. Nello specifico, una collettività eterogenea per lo più composta da ragazzini scomposti e vocianti, che fruisce la visione lasciandosi andare a commenti ad alta voce e ripetuti applausi a scena aperta (o spudorati singhiozzi, come il sottoscritto). Tutto ciò è bello quanto il film sullo schermo. E' così che Avatar fa rivivere il cinema.

Una simile partecipazione non sarebbe possibile solo grazie agli effetti speciali. Sulla magnificenza spettacolare di Avatar è stato già detto tutto: a livello tecnico e visivo il film è una pietra miliare che spinge in avanti ed ancora oltre i confini di ciò che è possibile fare (e vedere) al cinema. Da un punto di vista iconografico e narrativo, pur rimescolando suggestioni da decine di vecchie pellicole (da Balla coi lupi ad Apocalypto, da Apocalipse Now a Il Signore degli Anelli, da Jurassic Park a Pocahontas), il film dà vita ad un universo assolutamente originale e convincente. Ma se tocca così tanto lo spirito della collettività è anche perché nella elementarità della narrazione Avatar affonda le sue radici nel mito e nella tradizione, rievocando archetipi popolari che risuonano in tutti noi con forza primordiale. E la suggestione più potente che ho sentito è nientemeno che una postmoderna rilettura (indigena lei, alieno lui) del mito di Adamo ed Eva in un incontaminato (ancora per poco) paradiso ultraterreno.


Il racconto è quindi molto più denso di quello che appare, proprio in virtù di una storia classica che fa chiaramente leva su sentimenti ed emozioni elementari, su una struttura primaria e contrapposizioni schematiche. Proprio come era Titanic. Soprattutto Cameron sa come condurre il racconto, come far volare gli spettatori nel suo universo, come farli commuovere senza vergogna.

E le sequenze memorabili non si contano. Al fortissimo messaggio ecologico di amore e rispetto per la natura e per l'equilibrio della vita si unisce un'inaudita e feroce critica antiamericana che vede nel glaciale, spietato, monolitico colonnello Quaritch (Stephen Lang) il suo principale bersaglio. Raramente si è vista in un prodotto mainstream tanta acredine verso le strutture militaresche e l'imperialismo guerrafondaio americano. Onore a Cameron.


Ma The King of the World stupisce ancora di più su un altro fronte, la delineazione di indimenticabili figure di donne combattenti. In Avatar ce ne sono addirittura tre: la scienziata Grace Augustin interpretata da Sigourney Weaver, la cui mitica presenza vale più di qualsiasi effetto speciale, la marine di Michelle Rodriguez e la splendida guerriera Na'vi Neytiri (Zoe Saldana), la vera protagonista del film. Le scene d'amore tra Neytiri e l'avatar del soldato in missione Jack Sully (Sam Worthington) sono quanto di più intenso, casto ed appassionato si sia mai visto di recente sullo schermo.

Nulla da obiettare se Avatar vincesse l'Oscar anche per il miglior film, oltre ai premi per le categorie tecniche (che praticamente ha già in tasca). L'epica di Cameron pulsa e rimbalza dallo schermo con una passione travolgente che fa impallidire la pulizia perfettina di Tra le nuvole di Reitman. Con Bastardi senza gloria e The Hurt Locker sarà un bel match.
voto: 9

Prossime (imperdibili) uscite

Affollatissime le uscite cinematografiche di queste prime settimane dell'anno. Un'occhiata ai titoli imperdibili:

Venerdi 15 gennaio
La distribuzione italiana si degna di far uscire anche da noi il film di cui tutti parlano e che tutto il mondo ha già visto, Avatar di James Cameron. Accadrà come dodici anni fa per Titanic (file interminabili nel primo week end?)
Escono anche La prima cosa bella, nuova commedia di Paolo Virzì, e A Single Man, il fashion-melodrama-gay di Tom Ford. Temerari.

Venerdì 22 gennaio
Nine di Rob Marshall, già ampiamente sezionato su queste pagine, cercherà di sedurre il pubblico italiano e riconquistare terreno dopo il fallimento americano. Migliori prospettive di successo ha invece Tra le nuvole, con l'affiatatissimo trio Clooney-Farmiga-Kendrick.
L'uomo che verrà di Giorgio Diritti, con Maya Sansa ed Alba Rohrwacher si affaccia sugli schermi dopo la vittoria al Roma Film Fest.

Venerdì 29 gennaio
A dieci anni di distanza dal seminale L'ultimo bacio, Gabriele Muccino torna in Italia dopo la parentesi americana e ci propone uno dei seguiti più attesi di sempre: Baciami ancora. Cast orfano di Giovanna Mezzogiorno, sostituita da Vittoria Puccini.

Venerdì 5 febbraio
Tanta carne al fuoco per il primo week end di febbraio. Amabili resti (The Lovely Bones) di Peter Jackson arriva finalmente anche da noi e potremo verificare se la critica americana ha visto giusto (o è stata troppo severa nella sua glaciale accoglienza). Ma gli altri due titoli che non bisogna lasciarsi sfuggire sono An Education, con Carey Mulligan futura candidata all'Oscar e soprattutto il poetico e letterario ritorno di Jane Campion con Bright Star.

A voi la scelta. Buon cinema!

Critics Choice Movie Awards

The Broadcast Film Critics Association ha assegnato ieri sera i propri premi, due giorni prima dei Golden Globes. The Hurt Locker, il dramma bellico di Kathryn Bigelow, ha vinto come miglior film e miglior regia, battendo la spietata concorrenza di Avatar, Tra le nuvole e Bastardi senza gloria.

Jeff Bridges è il miglior attore dell'anno per Crazy Heart, mentre migliore attrice ex-aequo Meryl Streep per Julie & Julia e Sandra Bullock per The Blind Side. Tra i non protagonisti trionfo annunciato per Christoph Waltz (Bastardi senza gloria) e Mo'nique (Precious). Miglior cast dell'anno è lo strepitoso gruppo guidato da Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria, che vince anche per la migliore sceneggiatura originale. Il premio per il migliore adattamento è andato a Jason Reitman per Tra le nuvole, mentre Saoirse Ronan ha vinto come miglior giovane attrice per The Lovely Bones.

Come da copione, Avatar trionfa come miglior film d'azione e furoreggia in tutte le categorie tecniche. Miglior film straniero Gli abbracci spezzati di Almodovar, recentemente snobbato in patria alle nominations per i Goya (solo una candidatura per Penelope Cruz).
Tutti sintonizzati domenica 17 per le assegnazioni dei Golden Globes!

giovedì 14 gennaio 2010

In difesa di Nine


Non si può liquidare in poche righe un film come Nine, non foss’altro per l’enorme sforzo produttivo e l’innegabile, eccezionale livello tecnico e artistico del team creativo.
Per quel che mi riguarda, la visione del film ieri mattina non poteva non essere filtrata dall’affetto personale che provo per il musical di Yeston e dalla nostalgia per i miei anni di accademia teatrale. Nel 2004 The Bernstein School of Musical Theater a Bologna mise in scena un pregevole allestimento di Nine con traduzione italiana per la regia di Shawna Farrell ed io facevo parte del cast (Corrado Siddi, mio grande amico, ne era il notevolissimo protagonista). Probabilmente in sala eravamo gli unici a conoscere già i pezzi, non solo quelli tratti dalla versione di Broadway ma anche i tre brani originali composti da Yeston appositamente per il film.

Solo conoscendo già le canzoni è possibile concentrarsi sugli elementi scenico-visivi e sulla profondità del lavoro attoriale, apprezzando i molteplici livelli di un film tanto stratificato e complesso, quanto glamour e patinato. Trovo il musical Nine molto ispirato a livello compositivo, ma anche sofisticato e non di facile presa. Immagino che il pubblico, a parte una manciata di canzoni (Be Italian e Cinema Italiano) lo giudicherà noioso e musicalmente poco orecchiabile e seducente. Invece è brillante e sincero. Naturalmente nel passare dallo stage allo schermo molte cose sono cambiate e non sempre in meglio. Operare delle scelte e dei tagli era comunque inevitabile. Ma andiamo con ordine.


Ambientato a Roma nel 1965, Nine è un film sul fallimento personale del regista Guido Contini (Daniel Day-Lewis, in un personaggio che ricalca Marcello Matroianni in 8 e ½). In piena crisi creativa all’inizio delle riprese del suo nuovo film, Contini non ha ancora scritto una sola riga del copione. Il produttore (Ricky Tognazzi) lo incalza, la costumista Lilly (Judi Dench) cerca di scuoterlo dal torpore ed ha già pronti i nuovi costumi pur non sapendo di cosa tratti il film, la star Claudia Jenssen (Nicole Kidman truccata e vestita come Anita Ekberg) fa i capricci e si lamenta di non aver ancora ricevuto il copione, l’amante Carla (Penelope Cruz) lo raggiunge alla stazione termale dove lui si rifugia lontano dai flash dei paparazzi e porta ulteriore scompiglio nella sua vita. In tutto questo, la moglie Luisa (Marion Cotillard) soffre in silenzio, pur sapendo benissimo di essere costantemente tradita, mentre il fantasma della madre (Sophia Loren) gli appare affettuoso e consolatorio ma non può dargli le risposte di cui avrebbe bisogno. Di scrivere il film proprio non se ne parla: “Sei troppo impegnato ad inventare la tua vita”, gli dice Lilly. Un blocco spaventoso, una crisi esistenziale senza precedenti che lo porta a chiedere udienza al cardinale e gli fa ripercorrere i sentieri della memoria, alla ricerca delle radici della sua educazione sentimentale e sessuale.

Un film che parla di cinema attraverso il continuo riferimento (nei personaggi, nelle situazioni, negli ambienti) ad un altro film che ha fatto la storia del cinema, 8 e ½ appunto, e ad un’epoca, gli anni ‘60 della dolce vita italiana, rievocati con gusto, nostalgia e precisione dei dettagli e non, come serpeggiava fra i colleghi, in modo stereotipato o cartolinesco (molto belli i brani di musica leggera italiana scelti in sottofondo). Al livello diegetico della realtà (la narrazione della storia) si sovrappongono i livelli della fantasia, del sogno e della memoria (quest’ultima fotografata in un bellissimo bianco e nero). Su questi livelli paralleli si colloca la sfera musicale del film, che vede gli attori cantare i rispettivi brani nel teatro di posa allestito per il nuovo film di Contini. Ed ecco che emerge l’altro livello del film, quello propriamente teatrale e coreografico. Nel mettere in scena su un palcoscenico i numeri musicali Marshall ricorre alla stessa soluzione usata in Chicago, cioè evidenzia la natura teatrale dell’opera (ed al tempo stesso l’onirismo del mezzo cinematografico, che consente tali scivolamenti da un mezzo all’altro).

Probabilmente è questo che i detrattori non gli perdonano: non aver inventato nulla di nuovo. Ma se in Chicago l’integrazione dei livelli funzionava a meraviglia anche perché la progressione della storia non era solo appannaggio della sfera narrativa ma anche dei brani musicali, in Nine le canzoni risultano spesso soltanto giustapposte alla narrazione: il fatto che il montaggio intersechi la narrazione (spesso interrompendo una scena dialogata) con i numeri musicali allestiti in teatro (come se fossero sogno/allucinazione/memoria) finisce col sottolineare non la fluidità ma la definitiva separazione della sfera musicale da quella narrativa. Musicalmente parlando, questo è un grave errore, anche perché le canzoni di Nine non portano avanti la storia (a parte forse Take It All e I Can’t Make This Movie cantata da Guido nel finale) e la scaletta dei brani (radicalmente modificata rispetto alla versione on stage) e l’architettura del film che prevede una canzone per ogni personaggio e così via fino alla fine senza alcuna deroga, risulta schematica e, in termini strutturali, molto noiosa.


A compensare il risultato debole ed incerto di queste scelte strutturali abbiamo un montaggio e una fotografia strepitosi che per ogni momento creano rispettivamente la giusta sferzata di ritmo e l’atmosfera adeguata. E c’è l’occhio di Marshall, un regista che in fatto di musical sa decisamente il fatto suo e sa come valorizzare, da grande esteta qual è, la bellezza del cast femminile. E ci sono gli attori. Daniel Day-Lewis è fisicamente ed emotivamente credibile dall’inizio alla fine, tormentato e nevrotico, bugiardo per professione e traditore per natura: è un piacere sentirlo recitare e cantare con accento italiano (ed in modo per giunta niente male, anche se i suoi due pezzi sono piuttosto deboli). Penelope Cruz è sexy, fragile e buffa allo stesso tempo: la sua Carla, gattina svampita ed ingenua completamente annegata nell’amore per Contini, è un piccolo capolavoro a tutto tondo (provocante senza mai sfiorare la volgarità, comica e triste al tempo stesso) e la resa del brano A Call From the Vatican è il trionfo della sua sensualità accogliente. La performance vocale è piuttosto piatta ma visivamente, signori miei, Penelope è l’unica oggi che possa gareggiare con la tenerezza e il calore di Marilyn Monroe.


L’altra performance che merita applausi a scena aperta è quella di Marion Cotillard. Quando la macchina da presa la inquadra il film rallenta il passo e trattiene il respiro, quasi naufragando nella dolcezza e nel dolore della sua interpretazione. My Husband Makes Movies è uno dei momenti più intensi (uno dei pochi in cui non c’è la separazione fra i livelli narrativo/musicale cui accennavo prima): niente lustrini, niente montaggio ipercinetico, solo il suo volto e la bellissima partitura di Yeston. Più problematico il discorso riguardo il secondo brano, Take It All, che sostituisce la canzone originale Be On Your Own e si colloca nel momento in cui Luisa realizza la fine del rapporto con Guido. Ai toni melodrammatici del brano originale è stato preferito il jazz prima sensuale, poi graffiato ed aggressivo della nuova composizione (un “viaggio” musicale perfettamente reso dalla performance vocale della Cotillard). La soluzione scelta da Marshall (un masochistico strip-tease di Luisa di fronte a Guido e ad una platea di uomini urlanti, dai quali si lascia toccare abbandonandosi fra le loro braccia), se drammaticamente ha un certo effetto, risulta straniante e spezza l’intensità del momento narrativo precedente (Luisa che visiona i provini del film ed ha la certezza della falsità di Guido): come fantasia di Guido sembra arrivare direttamente da Chicago (e il gioco scenico di Marshall rivela la corda), e come fantasia di ribellione di Luisa non è affatto conforme al personaggio.

Le altre star fanno egregiamente il loro dovere: Judi Dench è brillante e pungente, proprio come ti aspetteresti che sia, e Folies Bergere è un pezzo da rivista nostalgico e spumeggiante. Nicole Kidman è divina da par suo: praticamente interpreta sé stessa, una star assoluta nel ruolo della musa di Contini, in un corto circuito di senso che i toni intimi della Kidman (cui lo script regala qualche bella battuta sulla persona reale che si nasconde dietro la figura della diva) rendono quasi commovente. La grandezza di Unusual Way, brano cantato dal personaggio di Claudia, è tuttavia inevitabilmente compromessa dai limiti vocali dell’attrice australiana e, nonostante gli sforzi, il blocco narrativo legato al suo personaggio si segnala come uno dei meno riusciti.


Infine le due sequenze più esaltanti. Cinema Italiano è stato ampiamente criticato su tutti i fronti ma è un brano trascinante che la vitale performance di Kate Hudson e le meraviglie del montaggio rendono assolutamente irresistibile. Ma è Fergie a divorare la scena nel ruolo della Saraghina, la prostituta che insegna il sesso e l’amore al piccolo Guido: Be Italian ha lo stesso effetto elettrizzante di Cell Block Tango in Chicago, ed è il pezzo più bello di Nine. La genialità della coreografia e la perfezione del montaggio, uniti alla forza animalesca e alla voce devastante di Fergie sollevano per cinque minuti Nine ad un livello altissimo. Chi ama il musical sa di cosa sto parlando.

Nel passare dallo stage allo schermo Grand Canal, Simple, Only With You e addirittura la canzone Nine sono state tagliate: non credo che il pubblico potrà cogliere il vero significato del titolo al di là del riferimento numerico al film di Fellini. La sceneggiatura accenna infatti solo una volta all’età del piccolo Guido, nove anni. Al posto di Nine, Sophia Loren intona la ninna nanna Guarda la luna, una composizione dall’estensione limitatissima che la nostra star rende come può. Ma la sua mitica presenza vale molto di più di qualunque cosa dica o faccia sulla scena.

Appassionati di musical di tutto il mondo, unitevi! Non lasciate che questo film affondi e non credete alle recensioni che leggerete sui giornali. Nine non è Chicago, né Moulin Rouge né tantomeno Hairspray: ma è divertente, è fatto con passione e talento e, nonostante i difetti, ha un fascino nostalgico e quasi decadente cui è impossibile resistere.

voto: 7

Nine photos








mercoledì 13 gennaio 2010

Nine press conference


13 gennaio 2010, Hotel Regis, Roma. Penelope Cruz, Sophia Loren e Marion Cotillard, accompagnate dal regista Rob Marshall, brillano davanti ai nostri occhi di comuni mortali/squattrinati giornalisti in rappresentanza del cast più stellare di tutti i tempi. E di uno dei fiaschi (commerciali, intendiamoci) più clamorosi del cinema degli ultimi anni (budget da 80 milioni di dollari, incassi inferiori ai 20). Era stato annunciato anche l'arrivo di Daniel Day-Lewis, ma l'attore inglese, ahimè, non si è visto. A casa invece Nicole Kidman, Judi Dench, Kate Hudson e Fergie. Sarebbe stato chiedere troppo. Prime file della Sala Ritz occupate dagli attori italiani che hanno partecipato al film in ruoli secondari, tra cui Martina Stella, Roberto Citran, Monica Scattini e altri. Padrone di casa e arbitro del match l'inossidabile Vincenzo Mollica. L'entusiasmo per la presenza delle star, soprattutto della Loren, fa passare in secondo piano la perplessità e l'insoddisfazione palpabili in sala al termine della visione.

Per chi non lo sapesse (ed in sala erano molti, dato che il commento più frequente era che il film non parlasse di Federico Fellini come ci si aspettava), Nine è l'adattamento cinematografico di un musical di Broadway scritto da Maury Yeston ed ispirato ad 8 e 1/2 di Federico Fellini. Non è quindi un film su Fellini. Fellini non concesse i diritti cinematografici e Yeston dovette cambiare il titolo. Andato in scena per la prima volta nel 1982 con Raul Julia nel ruolo di Guido Contini, vinse 5 Tony Awards ed è stato ripreso con successo nel 2003 in un nuovo adattamento con Antonio Banderas e Jane Krakowski.

Signor Marshall, dopo CGrassettohicago un altro musical, Nine. Ha voluto rendere omaggio al cinema italiano e all'arte di Fellini?
Volevo fare qualcosa di diverso da Chicago. Nine era sulla carta un progetto di grande intrattenimento con performance straordinarie ma anche una storia ricca e profonda sul mondo del cinema e sul processo di creazione dei film. Vorrei precisare che non è un remake di 8 e 1/2: un capolavoro come il film di Fellini non può essere rifatto. Il mio film è tratto dal musical di Broadway che a sua volta era liberamente ispirato ad 8 e 1/2. Come Pigmalione diventa My Fair Lady, così 8 e 1/2 è la fonte che ha ispirato Nine.

Penelope Cruz, come ha lavorato per creare il personaggio di Carla, l'amante del protagonista?
Ero molto incuriosita da lei: il suo essere posseduta dalla passione per quest'uomo, come perde sé stessa per lui, come il suo mondo la rende speciale. Avevo visto il personaggio di Carla a Broadway e la Carla interpretata da Sandra Milo, ma quello che mi ha ispirato di più sono state alcune dichiarazioni di Sandra sul suo rapporto con Fellini.


Trovare questo materiale è stato come trovare un gioiello. Per me era importante capire cosa faceva Carla quando era da sola in albergo e si preparava per lui senza sapere quando e se sarebbe arrivato.

Marion Cotillard, può raccontarci il suo personaggio, la moglie del regista Guido Contini?
La mia fonte di ispirazione è stata ovviamente Giulietta Masina. Ho cercato di leggere il più possibile su di lei per capire il rapporto che aveva con Fellini e il ruolo che ricopriva nella sua vita. Tempo prima avevo anche visto un documentario sulla creazione di Apocalipse Now realizzato dalla moglie di Francis Ford Coppola in cui è evidente quanto lei vivesse nella sua ombra ma anche quanto fosse importante per lui. Tutto ciò mi ha aiutato a capire quanto sia difficile e complesso amare un uomo che vive sempre in una sfera creativa.


Signora Loren, lei ha sempre avuto una passione per il musical. Finalmente è riuscita a farne uno!
Quando Rob mi ha scelto per il ruolo della madre di Contini sono stata molto felice perché era nei mei sogni di attrice italiana fare un musical come quelli che vedevo da bambina con Betty Grable e Carmen Miranda. Dissi subito di sì senza neanche sapere quello che dovevo fare! Mi sono buttata con gioia nel progetto. Rob è un regista meraviglioso, ho amato moltissimo Chicago e il film mi dava la possibilità di essere la madre di un grandissimo attore come Daniel Day-Lewis. Per quanto riguarda il ruolo, devo dire che quando un'attrice come me non è una cantante né una ballerina deve fare uno sforzo in più per dare tutto quello che può ed essere all'altezza degli standard amaericani.


Marshall, lei fa vedere degli stereotipi dell'Italia. E' proprio questa l'immagine che avete del nostro paese all'estero?
Il film è ambientato a Roma nel 1965. Adoro quel periodo, lo trovo estremamente affascinante. L'obiettivo principale era quello di cogliere ed afferrare la bellezza di un'epoca così chic, elegante ed incredibilmente ricca. E' stato bellissimo girare a Piazza del Popolo insieme a Sophia Loren e agli altri attori e cercare di ricreare un'atmosfera tipo La dolce vita.

Signora Loren, quali ricordi le sono scaturiti mentre girava Nine?
Tanti ricordi legati a Federico, Giulietta Masina... ma sono anche passati tanti anni. In realtà io non sono mai appartenuta al cinema di Fellini. Io e mio marito (il produttore Carlo Ponti) abbiamo cercato di fare un film con Fellini regista e me come attrice. Purtroppo a volte cose bellissime che si possono fare non si realizzano per motivi commerciali. Trovare il modo di avvicinarmi adesso al mondo di Fellini attraverso una produzione americana è stata una cosa molto commovente e molto bella.

Marshall, cosa rappresenta per lei Fellini?
Fellini è il Maestro dei Maestri. Il passaggio continuo tra la realtà, la fantasia e la memoria è il nucleo più importante del suo lavoro ed questo il motivo per cui è stato molto bello lavorare su un materiale ispirato alle sue opere e aver cercato di trasporre questo materiale in un musical. E' proprio questa fluidità che consente ad un musical di avere successo. La possibilità per me di toccare ed utilizzare quest'opera come fonte di ispirazione è stato un grandissimo onore.

Penelope Cruz e Marion Cotillard: cosa potete dirci rispetto al duello fra i vostri personaggi, entrambi innamorati dello stesso uomo?
Cotillard: Luisa ama Guido ma prova anche rabbia perché lui la tradisce. Nei confronti di Carla prova quasi un senso di pietà ed in fondo la capisce. Non voglio dire che le piaccia, è un rapporto complesso. Quello che non capisce è perché Guido menta ad entrambe e le tratti così. C'era una scena che è stata tagliata dal montaggio finale: quando Guido riceve la telefonata dalla pensione è Luisa che gli dice di andare da Carla. Questa scena spiega benissimo i suoi sentimenti. Luisa vuole bene alle persone ed in un certo senso si preoccupa di Carla.

Cruz: Carla è una specialista nel mettersi sempre al secondo, terzo o quarto posto. Qualunque sia la posizione è come se si sia abituata a rappresentare un disturbo per gli altri. Non è certo contenta di essere un elemento che contribuisce ad aumentare la sofferenza di Luisa o la confusione di Guido. Sa benissimo che Luisa sa di lei e della relazione con Guido, ma d'altro canto non riesce a staccarsi da quest'uomo e a tagliare questo legame. Non ha una forza sufficiente per rinunciare a questa droga.


Marshall, come avete concepito il lavoro con Day-Lewis sul suo personaggio? In alcuni momenti lo vediamo camminare come Fellini, un po' curvo ed incassato nelle spalle.
Daniel è uno dei più grandi attori di tutti i tempi. Ha un modo per entrare nel personaggio, lo vive, lo abita, ci si tuffa e le cose vengono poi spontaneamente. A volte questo metodo può risultare fastidioso o dare i brividi ma ha aiutato tutti sul set facendoci percepire la verità del personaggio. Daniel ha fatto tanta ricerca su Fellini ma non ha semplicemente applicato a sé stesso il materiale raccolto. Immergendosi nel personaggio tutto è venuto fuori in modo naturale.

Marshall, cosa è stato difficile nel trasporre Nine dallo stage allo schermo?
E' stato necessario ripensare tutto a livello concettuale. Abbiamo aggiunto tre nuove canzoni, una delle quali è Guarda la luna, brillantemente interpretata da Sophia Loren (le altre sono Cinema Italiano e Take It All) e un nuovo personaggio femminile, Stephanie, interpretato da Kate Hudson. A Broadway tutto è chiaramente una fantasia del protagonista: c'è solo un uomo in scena e tutte le sue donne intorno. A questo livello della fantasia abbiamo aggiunto elementi della realtà ed altri della memoria. Abbiamo quindi ripensato tutto in termini cinematografici.

Che opinione si è fatto del perché in America il film non sia andato bene in sala?
Per quanto voglia bene a tutti voi in sala, devo dire che come creativo non leggo gli articoli se non raramente. E' l'unico modo per rimanere il più puro possibile.

Signora Loren, che emozione ha provato in quella scena bellissima di sapore felliniano in cui balla con Guido bambino?
Mi sono davvero commossa: il set era bellissimo, centinaia di candele intorno con gli specchi che ne riflettevano la luce. Ho trascorso un momento magico e Rob ce l'ha messa davvero tutta per farlo diventare così.
L'imperturbabile Mollica sancisce la fine della conferenza. In un istante la folla inferocita bramosa di autografi e scatti ravvicinati si accalca al tavolo degli astanti. Ma Penelope, Marion e Sophia si dileguano con grazia e ritornano nell'empireo da dove provengono, lasciando una scia di glamour ed infinita dolcezza (ah, Marion...) con cui poter condire i sogni di noi comuni mortali.

Nine Days


Proiezione e conferenza stampa stamane dell'attesissimo musical Nine. Al cinema dal 22 gennaio. Dopo l'accoglienza non esaltante della critica e la gelida risposta del pubblico americano riuscirà il film di Marshall a recuperare terreno in Europa e in Italia? L'assenza di applausi al termine della proiezione non lascia ben sperare. Nine non è in termini cinematografici il disastro che ci si aspettava, anzi. E' un godibilissimo musical vecchio stile. Non perfetto. Ma con un cast da brivido. In attesa della review ecco una foto di scena con Kate Hudson e Nicole Kidman.

lunedì 11 gennaio 2010

La fluidità sessuale di Orlando


"Poiché non v'è dubbio sul suo sesso, malgrado il delicato aspetto femmineo cui di questi tempi ogni giovin signore aspira..."

Inizia così, proprio come il romanzo di Virginia Woolf, l'elegante, ermetico, pittorico film che Sally Potter ha tratto dal capolavoro della scrittrice inglese nel 1992. Orlando non è tuttavia un semplice adattamento cinematografico: nella sua struttura in capitoli, nell'austera perfezione delle immagini, nell'abbondanza e nello splendore degli ambienti e dei costumi, nell'evocazione dei passaggi temporali e nella suggestiva fluidità di un'impossibile e simbolica cavalcata attraverso i secoli e i sessi, il film aspira in ogni inquadratura all'opera d'arte. Ed in alcune sequenze centra in pieno il bersaglio.

Tutta la prima parte è come congelata in un gusto da tableux vivant stile Peter Greeneway: l'andamento catatonico e le atmosfera sospese rischiano in ogni momento lo sterile esercizio intellettuale. Ma il gioco sopraffino delle ondivaghe identità sessuali moltiplica i significati: l'androgina Tilda Swinton s'impone sin dall'inizio come corpo/volto sublime che racchiude in sé maschile e femminile, mentre Quentin Crisp dà forma decadente alla sontuosa vecchiaia della Regina Elisabetta I. Un omosessuale nel ruolo di una donna (per giunta vergine) e una donna in quello di un uomo (semi-asessuato): c'è materiale per un intero trattato sul travestitismo e sulla fluidità sessuale. Ma Orlando è anche un film sulla bellezza, sulla doppiezza della poesia, sull'immortalità, sulla solitudine dell'esistenza e sulla conquista/costruzione dell'identità.

Il giovane aspirante poeta Orlando entra a sedici anni nelle grazie della regina Elisabetta I diventandone il favorito. Ad una condizione: "Non appassire, non inaridire, non invecchiare". Queste parole risuonano dalla voce della regina come una benedizione, un incantesimo, una profezia. Ricevuto in dono un patrimonio immenso, Orlando scopre la sofferenza e la "slealtà" delle donne quando si innamora, non ricambiato, della giovane russa Sasha. Incantato dal piacere della poesia, si fa mecenate di un volgare e scaltro poeta, ma è tradito nelle sue sincere velleità artistiche quando il mantenuto giudica ingenuo e senza valore il suo manoscritto. Deluso dall'amore prima e dalla poesia poi, si dedica alla politica e nel 1700 diventa ambasciatore dell'impero britannico in Oriente. Qui scopre l'amicizia virile, l'orrore della guerra e la spietata conferma della sua inadeguatezza al ruolo "maschile".
Tanto il suo animo è delicato e sensibile che una mattina si risveglia donna. Magnifica la sequenza della "trasformazione": dopo sette giorni a letto, Orlando riapre gli occhi e nella lentezza solenne dei movimenti e nella profondità dello sguardo sappiamo già che qualcosa è successo. Ma in realtà nulla è cambiato. Sotto un faro di luce che rende l'atmosfera magica e sognante, si bagna il volto e si guarda allo specchio: la bellezza preraffaelita della Swinton si dona all'obiettivo della cinepresa in tutto il suo fulgore. Il primo piano misterioso dell'attrice si colora di un lieve sorriso carico di regale dignità.
"Stessa persona. Nulla che sia mutato. Solo il sesso è diverso"


Ritorna in Inghilterra e riprende possesso delle sue proprietà. E si dà alla vita mondana, constatando con rammarico lo scarso rispetto e la debole stima dei poeti verso il genere femminile. "L'intelletto è un luogo solitario, dunque terreno inadeguato per le femmine, che scoprono la loro natura guidate dal padre o dal marito", le viene detto. "E se è sola?", chiede Lady Orlando. "Allora, per quanto incantevole sia, è persa".

Il viaggio di Orlando attraverso i secoli, in questa nuova dimensione/prospettiva femminile, diventa così la conquista della propria indipendenza e il raggiungimento della consapevolezza della propria solitudine. In un'altra sequenza memorabile, Lady Orlando, pur rischiando di perdere la propria fortuna per motivi legali a causa del cambiamento di sesso, rifiuta una proposta di matrimonio. "Orlando voi per me foste e sarete sempre, uomo o donna che sia, il fiore, la perla e la perfezione del vostro sesso", le dice l'Arciduca inglese disposto a sposarla per salvarla dalla rovina. Di fronte alla smania di possesso maschile che non ammette rifiuti sulla base della superiorità sessuale, Lady Orlando vede in pericolo la propria libertà di essere umano. E comprende l'arroganza dell'amore maschile: adorare qualcuno non è sufficiente perché questo qualcuno ci appartenga di diritto. "Morirai zitella, spossessata e sola!" le intima l'Arciduca. E Lady Orlando fugge attraverso il labirinto degli anni: la macchina da presa finalmente prende il volo e il film conquista quella suggestiva fluidità cui aspira.


"Natura Natura, io sono la tua Sposa. Prendimi".

Orlando sussurra queste parole alla terra al termine della stupenda scena del labirinto. Si ritrova nobildonna decaduta nel 1850 e conosce finalmente il sesso e la felicità dell'amore nella forma selvaggia e appassionata dell'avventuriero Shemardine (Billy Zane). Il film si avvampa e acquista calore ed umanità. Stupendo il dialogo sui ruoli di maschile e femminile fissati dalla società e dalla cultura e sulla possibilità di scelta di un destino alternativo.

"Avete combattuto in battaglia come un uomo?"
"Ho combattuto"
"Sangue?"
"Se necessario sì. La libertà va presa. La libertà va conquistata"
"Se io fossi uomo forse non sceglierei di rischiare la mia vita per una causa incerta. Potrei pensare che la libertà conquistata con la morte non sia meritevole"
"Voi potreste scegliere di non essere un vero uomo. Se io fossi donna potrei scegliere di non sacrificare la mia vita alla cura dei miei figli, o dei figli dei miei figli, né di annegare anonimo nel latte della bontà femminile. Potrei andare all'estero.. in quel caso sarei..."
"...una vera donna"

Ma le scelte appartengono agli uomini. Lady Orlando non può scegliere di fuggire via in America con Shemardine, inseguendo un sogno di impossibile libertà. Lui non vuole sposarla e per Orlando è tempo di pensare al presente, ad un futuro che non inizi in un ipotetico domani, ma che parta qui ed ora. Si lasciano senza rimpianti, mentre soffia una vento formidabile e la pioggia si confonde con le lacrime che bagnano il volto.

Scoppia la guerra ed Orlando, incinta, fugge sotto i bombardamenti, in un'altra sequenza simbolico-impressionistica di grande effetto. Ed arriviamo ai giorni nostri. Orlando è madre due volte: ha dato alla luce una bambina ed un manoscritto che racconta la sua vita. Nell'ultima scena la ritroviamo sotto lo stesso albero dove all'inizio, 400 anni prima, ripeteva i versi da intonare a memoria per la regina Elisabetta. "Sono felice", dice alla figlia che corre sul prato e la riprende con una videocamera. In alto, un angelo dorato canta per loro. La dignità della maturità e della consapevolezza della propria storia si dipinge sullo sguardo aperto e carico di speranza di Tilda Swinton. Il film non sarebbe lo stesso senza l'ironia dei suoi sguardi in macchina, senza la sua enigmatica, trascendentale presenza. Una performanca antinaturalistica di inestimabile valore.

Voto: 8

Avatar, il mito in arrivo


429 milioni di dollari solo in America nei primi 24 giorni di programmazione. E finalmente venerdì 15 potremo vederlo anche in Italia. Nel frattempo, leggete il mio articolo di anteprima su LoudVision. Buona settimana a tutti e tanti buoni film!

venerdì 8 gennaio 2010

Duplicity & Ricatto d'amore


Giorni di glamour-immersion. Nel giro di 48 ore ho recuperato Duplicity, la romantic-comedy-spy-story di Tony Gilroy uscita la scorsa primavera con Julia Roberts e il clamoroso successo dell'estate americana Ricatto d'amore (The Proposal) con Sandra Bullock. Entrambe le dive sono fresche di candidatura ai Golden Globes nella categoria best actress comedy, anche se, visti i film, mi chiedo come sia possibile che siano state preferite alla malinconia autunnale di Michelle Pfeiffer in Cherì. Certo, il fascino della Roberts è immutato, così come la simpatia della Bullock, ma il monologo finale della Pfeiffer nel film di Frears è più incisivo dei sorrisi smaglianti di Julia o del finto impaccio di Sandra. Evidentemente la Roberts conta ancora su una schiera infinita di sostenitori e la Bullock è diventata un infernale garanzia di trionfo al box office. Ma l'arte è altrove.

Duplicity (6/6+) è un sofisticato giallo-rosa che non mantiene tutte le premesse ma si lascia guardare con gusto. Costato 60 milioni di dollari, ne ha incassati in America solo 40, ma ha recuperato terreno oltreoceano arrivando alla non esaltante cifra di 78 milioni. Il mix di generi (spionaggio industriale in salsa rosa) non ha quindi convinto: la struttura a scatole cinesi, con il consueto meccanismo dei doppi e tripli giochi, e la costruzione temporale con frequenti andirivieni, se non confondono lo spettatore di certo lo distanziano dal cuore della trama e dei personaggi. Girato con classe indiscussa, il film resta freddo e come congelato nel suo brillante cinismo e nella programmatica sagacia dei suoi dialoghi. Gli interpreti sono quindi la ragione di maggior interesse e Julia Roberts e Clive Owen, già insieme in Closer, sono una coppia che funziona a meraviglia. Nei ruoli di due spie very cool, sexy e sbrigativa lei, stropicciato e irresistibile lui, si amano selvaggiamente e, pur non fidandosi l'uno dell'altro (deformazione professionale del mestiere di spia), diventano soci in un affare che potrebbe fruttare milioni di dollari. Le loro schermaglie da screwball-comedy sono indubbiamente la cosa migliore del film.



Se Duplicity riesce tutto sommato gradevole, la stessa cosa non si può dire di Ricatto d'amore (4), nonostante la bella faccia di Ryan Reynolds e la verve di Sandra Bullock. Saranno pure 184 i milioni incassati in America, ma il film di Ann Fletcher è uno sconfortante accumulo di stereotipi e di situazioni già viste un migliaio di volte quasi sempre con risultati migliori. Fosse solo leggero, il film evaporerebbe senza lasciar traccia, ma si segnala per due scene a dir poco imbarazzanti (lo striptease nel bar e la danza propiziatoria nella foresta) e per una visione della dinamica fra i sessi che definire retriva, fallocentrica e desolante è dir poco. L'inizio cita/copia Il diavolo veste Prada con l'editrice in tailleur stronza-ma-frigida che semina il terrore fra i dipendenti. Al posto delle assistenti Andrea ed Emily, abbiamo il belloccio di turno Ryan Reynolds che subisce ogni capriccio del capo in gonnella, ma accetta i colpi senza fiatare per realizzare i suoi sogni nel cassetto. Così come furbamente accetta di sposarla per evitare che venga rimpatriata in Canada, mettendo su una farsa da finti innamorati che coinvolgerà con prevedibili risultati la "normalissima" famiglia di lui. La progressione narrativa gli darà ampiamente modo di vendicarsi del capo e di dimostrare quanto lui sia un ragazzo meraviglioso. Parallelamente, innumerevoli saranno le situazioni in cui la protagonista sarà messa in ridicolo, fino a rivelare (ma va'?) un animo tutto sommato nobile, ferito e deluso dalla vita. Alla fine, ma guarda un po', si scopriranno innamorati per davvero. Amen.

lunedì 4 gennaio 2010

"Mi dicono che sono molto fotogenica"

"Signorina Short, crede di essere capace di rappresentare
la tristezza?" "Certo, lo posso fare"


"No, non ho fatto il provino per Via col vento! Ma il fatto è... accidenti! Ho amato moltissimo quel film e ho deciso di imparare a memoria tutta la parte di Rossella. E gliela voglio recitare. Perché la trovo affascinante ... Ma la trovo affascinante! Gliela voglio recitare adesso.

Dio mi è testimone! Dio mi è testimone! Uhm... Io non soffrirò mai più la fame! Anche se dovrò mentire... o imbrogliare... o rubare... io non soffrirò mai più la fame."

Elizabeth Short (Mia Kirshner) in The Black Dahlia di Brian de Palma


Le dive del decennio: Streep, Kidman, Blanchett, Winslet. E Julianne


Un decennio strepitoso per Meryl Streep, tornata a dominare alla grande non solo le cerimonie degli Oscar (quattro candidature, compresa quella in arrivo) ma anche il box office: Mamma mia! ha incassato in tutto il mondo la cifra astronomica di 602 milioni di dollari, ma anche Il diavolo veste Prada non se l'è passata male con il suo bottino di oltre 300 milioni. Questa nuova Streep, solare e divertita, piace a tutti: Julie & Julia ha sfiorato i 100 milioni nei soli Usa e It's complicated, uscito a Natale, veleggia già verso i 60 milioni. Se poi vogliamo parlare delle performance, bisogna solo levarsi il cappello e, muti, ammirare: Il ladro di orchidee (Adaptation, 2002) e soprattutto la meravigliosa Clarissa di The Hours (2002); l'incredibile tour de force di Angels in America (2003); la perfida Eleonor Shaw di The Manchurian Candidate (2004); l'esilarante zia Josephine di Lemony Snicket (2004); la calda Yolanda di Radio America (2006), dove torna a cantare 16 anni dopo Cartoline dall'inferno e prima di intonare i ritornelli degli Abba. Cosa importa se Prime (2005), Evening, Rendition e Leoni per agnelli (2007) non hanno convinto del tutto? Meryl Streep tutto può. E merita tutti i riconoscimenti di questo mondo. Persino l'eccellente prova drammatica de Il dubbio (2008) impallidisce di fronte alla nuova incarnazione della Streep, diva brillante e sofisticata. La sua Miranda Priestley de Il diavolo veste Prada è entrata nella storia del cinema. Qualcuno ha ancora qualche dubbio su chi occupi il trono di migliore del decennio?


Povera Nicole Kidman! Nine si sta rivelando un fiasco e per vedere risollevate le sorti della sua carriera bisognerà attendere l'uscita di Rabbit Hole e The Danish Girl. Non ne ha più azzeccata una la Kidman: con l'eccezione dell'amaro e sorprendente Margot at the wedding (2007), dove era bravissima come sempre, Nicole ha inanellato una serie interminabile di flop, da Bewitched (2005) a Fur (2006), da The Invasion (2007) a The Golden Compass (2007), fino al disastro clamoroso dello strombazzatissimo Australia (2008), tanto da diventare quello che negli anni 30 si diceva di Katharine Hepburn: veleno per il box office. Ma la Kidman resta una diva dal talento sopraffino, un'attrice coraggiosa capace di passare in pochi anni attraverso i generi più disparati, affidandosi ad autori estremi e regalando performance sensazionali. Ancor prima della precisione tecnica, del magnetismo e dell'intensità, è la versatilità il fulcro del suo carisma, la sua capacità di stupire. Un'eclettismo che le ha permesso di passare dalle atmosfere gotiche di The Others (2001) al turbinio vorticoso della fantasia in musica Moulin Rouge (2001), dai toni intimi e dolenti di The Hours (2002) al western-melo' Ritorno a Cold Mountain (2003). Fino alle sue performance più ardite e rischiose: Grace nell'angosciante Dogville (2003) di Lars Von Trier e Anna in Birth (2004), inquietante e sottovalutato thriller psicologico di Jonathan Glazer. Ma la Virginia Woolf del film di Daldry e Satine in Moulin Rouge restano i suoi ruoli più celebri. Soprattutto nel film di Baz Luhrmann la Kidman arriva a toccare uno stato di grazia assoluto: incantevole e drammatica, brillante e commovente. In una parola: strepitosa.


Regale. Magnetica. Potente. Mimetica. E straordinariamente bella. Una bellezza ed un volto unici, capaci di trasformarsi in base al ruolo ed una padronanza tecnica che sfiora la freddezza, tanto è perfetta. Questa è Cate Blanchett. Basterebbero le interpretazioni di Bob Dylan in Io non sono qui (2007) e di Katharine Hepburn in The Aviator (2004) per dare la portata della grandezza di questa donna stupenda. Elettrizzante. E geniale. Ma queste due performance sono solo le punte dell'iceberg di una carriera strepitosa. Con il suo carisma Cate eleva qualsiasi film. Charlotte Grey (2001), Veronica Guerin (2003) e il western The Missing (2003) poggiano unicamente sulla sua presenza. E nel fallimentare The Shipping News (2001) è l'unica a vibrare veramente, tra Kevin Spacey, Julianne Moore e Judi Dench. Nel bel horror sudista The Gift (2000) è convincente nel ruolo di una sensitiva coinvolta nelle indagini di un omicidio; in Bandits (2001) rivela un talento smagliante per la commedia; in Coffee & Cigarettes (2003), dà prova di straordinario mimetismo calandosi contemporaneamente nel ruolo di due cugine, Cate e Shelley; nell'interessante Heaven (2002) irradia luce in ogni inquadratura. Indimenticabile Galadriel nella saga de Il Signore degli Anelli (2001, 2002, 2003), è a partire dalla metà del decennio, dopo l'Oscar per il film di Scorsese, che Cate Blanchett si afferma definitivamente come nuova Meryl Streep. L'intensa prova in Babel (2006), la dark lady con accento tedesco Lena Brandt (modellata su Marlene Dietrich) in The Good German (Intrigo a Berlino, 2006), dove Soderbergh la circonda di un'aura quasi divina, la concretissima, sensuale e disperata Sheba Hart in Diario di uno scandalo (2006), professoressa invaghita di uno studente e presa nella rete dell'"amica" Judi Dench. Nel 2007 torna a vestire i panni della Regina Elisabetta I in Elizabeth The Golden Age, ed è l'unico motivo di interesse di un film bolso ed imparruccato. In Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008) sfoggia un divertente accento russo nel ruolo della spia Irina Spalko, ed è magica ne Il curioso caso di Benjamin Button (2008). In attesa di Lady Marian.


Assieme alla Streep e alla Blanchett è l'attrice più nominata del decennio, e la più giovane ad aver raggiunto quota 6 candidature all'Oscar all'età di 34 anni. Kate Winslet sullo schermo incarna il senso di libertà, uno spirito libero, ribelle ed anticonformista. Come attrice è una forza della natura ed infonde vita, onestà, sincerità e calore ad ogni ruolo. Le crediamo, sempre e comunque. Entriamo in empatia con i suoi personaggi, li sentiamo vicini. E dalla sala, palpitiamo con lei. Questo decennio ha visto la definitiva consacrazione del suo dono e della sua arte. Dalla giovane Iris Murdoch in Iris (2001) alla giornalista Bitsey Bloom nel controverso The life of David Gale (2003), dalla scandalosa Madeleine in Quills (2000) alla Sylvia Davies, musa di James Barrie, in Finding Neverland (2004), la Winslet si è concessa anche incursioni nella commedia con il divertente L'amore non va in vacanza (2006) e soprattutto con il musical proletario di John Turturro Romance & Cigarettes (2005), in cui è Tula, volgarissima e sexy prostituta impossibile da dimenticare. Col multistratificato, cerebrale ed incandescente ruolo di Clementine Kruczynski in Eternal sunshine of the spotless mind (2004), manca l'Oscar per un soffio, ma entra nella storia e nelle liste delle migliori performance di tutti i tempi. In coppia con uno strepitoso Jim Carrey, Kate è talmente dentro la parte che non ti accorgi nemmeno un istante che stia recitando. Cult movie. Dal 2004 in poi è tutta una corsa in discesa verso L'Oscar: in Little Children (2006) è Sarah Pierce, un'insoddisfatta ed adultera casalinga dei sobborghi americani e la Winslet dà ancora una volta prova della sua eccellente capacità di immersione totale nel ruolo. Ma il 2008 è l'anno del trionfo, con due performance memorabili ed agli antipodi: April Wheeler in Revolutionary Road, attrice mancata e moglie frustrata in veloce caduta libera negli abissi della follia (una discesa vertiginosa, che l'attrice indaga e registra con manicale perfezione e devastante partecipazione, riuscendo a rendere percettibili e concrete qualsiasi emozione, in una tavolozza infinita) e Hanna Schmidtz in The Reader, ex ufficiale delle SS, freddo e vuoto corpo senza cuore, votato al lavoro e all'esecuzione degli ordini. Tanto appassionata ed accalorata in Revolutionary Road, quanto ottusa e glaciale in The Reader. L'Oscar vale per entrambi i film.

Il decennio è stato anche segnato da una miriade di corpi e volti degni di altre magnifiche ossessioni. Dal 2000 al 2009 abbiamo visto:

- la sorprendente ascesa artistica di Penelope Cruz, magica in Volver (2006) ed esplosiva in Vicky Christina Barcelona (2008) e di Amy Adams capace di passare con massima disinvoltura da Enchanted (2007) a Il dubbio (2008);
- la conferma del talento di Helen Mirren in The Queen (2006) e The Last Station (2009) e di Judi Dench in Iris (2001), Lady Henderson presenta (2005) e Diario di uno scandalo (2006);
- la bravura quieta e trattenuta di Laura Linney in You can count on me (2000) e The Savages (2007);
- l'apparizione fulminante di Scarlett Johansson, magmatica in Lost in translation (2003) e ferale in Match Point (2005) e The Black Dahlia (2006);
- la maturità raggiunta dall'ex bambina prodigio Kirsten Dunst ne Il giardino delle vergini suicide (2000) e Marie Antoinette (2006);
- la verve inesauribile di Julia Roberts, travolgente in Erin brockovich (2000) e splendida anche quando spegne il suo sorriso in Closer (2004);
- la verità dolente che Marisa Tomei trasmette in The Wrestler (2008) e In the Bedroom (2001);
- il successo dell'altra australiana di Hollywood, Naomi Watts, impressionante in Mullholand drive (2001), e perfetta in The Ring (2002), 21 Grammi (2003) e King Kong (2005);
- l'ironia adorabile (anche se adesso dimenticata da tutti) di Renee Zellweger, che ha dominato i primi anni del decennio con la sua Bridget Jones (2001 e 2004) e con Chicago (2002);
- il fascino intramontabile di Michelle Pfeiffer, diabolica in White Oleander (2002) e ritornata a splendere in Hairspray, Stardust (2007) e Cheri (2009);
- il mistero di attrici intense e devastanti come Samantha Morton e Tilda Swinton, capaci di far vibrare un ruolo anche in poche linee di dialogo.

Ogni lista è personale e potrei aver dimenticato qualche nome importante. Non me ne vogliate. Vero è che ho lasciato per ultima la performance del decennio. Dal 2002 in poi, con le sole eccezioni de I figli degli uomini (2006) e Savage Grace (2007), Julianne Moore ha sprecato il suo talento siderale in tanti film inutili (per usare un eufemismo) o si è concessa soltanto piccole apparizioni (Io non sono qui, 2007; The private lives of Pippa Lee, 2009). Una di queste, il bel ritratto di Charley, la "fradicia" (nel senso di ubriaca) amica di vecchia data di George-Colin Firth in A single man, potrebbe questo febbraio portarle la quinta candidatura all'Oscar.



Quanto lontano sembra però quel 2002 in cui nel giro di pochi mesi uscirono The Hours e Lontano dal paradiso: la sua Laura Brown nel film di Daldry è quanto di più triste e disperato si possa immaginare, un ritratto tutto giocato sul non detto e sui mezzi toni, sugli sguardi e su una recitazione finissima di rara efficacia. Quando nella scena in bagno John C. Reilly la invita ad andare a letto e lei risponde senza lasciar trasparire dalla voce alcuna emozione o turbamento (ma in realtà sta piangendo), sono arte e genio assoluti quelli che vediamo scorrere davanti anoi.

Ma è la sublime performance di Cathy Withaker in Lontano dal paradiso il vero capolavoro, l'interpretazione della sua carriera e del decennio. Stile e contenuto toccano qui vette altissime, perché il film, un postmoderno, nostalgico ed ispiratissimo omaggio ai melodrammi sirkiani degli anni '50 usa il corpo ed il volto della Moore come una funzione di uno spazio cinematografico connotato ed immediatamente riconoscibile. Ecco allora che la Moore incarna la perfetta casalinga anni '50 e non solo modella il proprio look su attrici dell'epoca come Jane Wyman e Doris Day, ma anche lo stile recitativo. A questo livello (memoria cinefila, recupero dei modelli classici) si aggiunge quello narrativo, che fa di Cathy Withaker un'eroina melodrammatica, inconsapevole femminista ante-litteram, destinata a scontrarsi con le convenzioni sociali e a restare indietro rispetto ad un mondo (maschile) che comunque riesce ad andare avanti. Ed infine c'è la fiamma dell'attrice, che infonde al ruolo una delicatezza, un'umanità ed un'intensità che non ha eguali. A mano a mano che il mondo crolla intorno a lei, il suo sorriso di porcellana si muta in una maschera di infinita tristezza. Sublime tristezza. Bellissima tristezza. Ecco perché amo Julianne Moore.

2000-2009: i migliori del decennio



Migliori performance maschili
Heath Ledger - Brokeback Mountain
Jim Carrey - Eternal Sunshine of the spotless mind
Viggo Mortensen - La promessa dell'assassino
Billy Bob Thornton - L'uomo che non c'era
Clive Owen - Closer
Colin Firth - A single man
Daniel Day-Lewis - Il petroliere
Joaquin Phoenix - Two Lovers
Johnny Depp - Sweeney Todd
Mickey Rourke - The wrestler
Sean Penn - Milk
Tim Robbins - Mystic River
Tony Leung - In the mood for love


Migliori performance femminili
Julianne Moore - Lontano dal paradiso
Meryl Streep - Il diavolo veste Prada
Nicole Kidman - Moulin Rouge
Cate Blanchett - Io non sono qui
Kate Winslet - Eternal Sunshine of the spotless mind
Julia Roberts - Erin Brockovich
Isabelle Huppert - La pianista
Maggie Cheung - In the mood for love
Michelle Pfeiffer - Cheri
Penelope Cruz - Volver
Tilda Swinton - Julia
Natalie Portman - Closer
Uma Thurman - Kill Bill

Miglior film
Lontano dal paradiso
Brokeback Mountain
Moulin Rouge
Eternal sunshine of the spotless mind
The Hours
In the mood for love
Il petroliere
Mystic River
Chicago
Volver
Angels in America
Coraline e la porta magica